Calascio tra chiese e gioielli
In molti conoscono il famoso Castello di Rocca Calascio, eppure anche Calascio, il paese sottostante, merita un’accurata visita, ammirando le sue chiese ed i gioielli raccolti nel suo Museo.
In una delle nostre esperienze di viaggio siamo stati fortunati perché abbiamo avuto la possibilità di avere una guida d’eccezione, il Maestro Orafo Giampiero Verna, che qui ha il suo bellissimo museo del gioiello.
Il paese di Calascio, arroccato 200 m più in basso del suggestivo castello, si popolò dopo che un terremoto, avvenuto nel 1700, distrusse quasi interamente il primo insediamento. I due borghi erano suddivisi in sei Rioni ed erano la sede dei cittadini più ricchi della zona, ovvero i proprietari delle greggi; tutt’oggi gli imponenti edifici signorili del paese portano il loro antico nome, come Palazzo Chiola; Palazzo Taranta (ora sede del municipio); Casa Piccolomini; Palazzo Vespa ed, infine, la Casa-Torre “La Palmara”, effige di un importante passato.
“CAMERA RISERVATA”
Calascio ha goduto per molti anni, del privilegio della “Camera Riservata”, uno status che esonerava le comunità dall’obbligo di ospitare e nutrire gli eserciti delle fortezze limitrofe, pagando al Re una determinata somma. Il paese, doveva, altresì, dare ospitalità, a proprie spese, alle nobili famiglie che il Re mandava lì in villeggiatura. Calascio, quindi, brulicava di nobili signori e ricchi borghesi.
“La Palmara” era uno degli edifici adibiti ad ospitare questi nobili visitatori. L’ultimo piano, col tempo, divenne una colombaia. Godere di una colombaia fu, per secoli, privilegio della nobiltà e del clero, poiché il colombo era apprezzato per la sua carne, per il guano impiegato nella concia delle pelli, nonché per la caccia. L’attribuzione del nome “Palmara” si deve alla dominazione spagnola, visto che colombaia in spagnolo si pronuncia palomar.
A Calascio troviamo anche il Palazzo Pubblico, sede dell’antico “Parlamento dei Massari” dove i Massari – amministratori delle aziende pastorizie o dei terreni agricoli del luogo – prendevano le decisioni per la comunità.
L’abitato vi apparirà compatto, arroccato sulle pendici della montagna, edificato in modo da sostituire le mura e torri a difesa. Il sovrastante castello, infatti, non serviva a proteggere i cittadini, e gli abitanti si ingegnarono, cosi, a difendere le proprie città come fossero piccole fortezze.
Le abitazioni sono soprannominate case-torri, come a Santo Stefano di Sessanio. Si presentano con una base piccola ma con un notevole sviluppo in altezza. Costruite una di seguito all’altra, senza soluzione di continuità, in modo da formare delle “mura”, sono separate solo da piccole viuzze, corredate, a volte, da nomi suggestivi, come la “Rua Buzzarata” o “Sdrucciolo della Luna”.
TEOFILO PATINI

Oltre ai palazzi signorili vi sono diverse chiese, tutte adorne da bellissime opere d’arte risalenti al periodo barocco o al XIX sec.
Calascio è adorna di molte opere di Teofilo Patini, pittore di fine ‘800.
L’artista trasse molta della propria ispirazione proprio da queste terre.
Molti suoi capolavori evidenziano la deprecabile condizione sociale dei contadini abruzzesi narrata anche da Silone in “Fontamara”.
Rappresentava, nelle proprie opere, la cruda verità, edulcorata da una non veritiera letteratura contemporanea. Questi uomini non andavano in giro cantando, giulivi e sereni, con indosso abiti tradizionali, ma sopportavano, in silenzio, la durezza e la precarietà della vita, vivendo in terre brulle, aride e poco accoglienti. La loro vita era scandita dal lavoro e dal silenzio, ed è forse per questo che gli abruzzesi sembrano spesso così schivi. Patini riesce a riportare su tela i recessi più segreti dell’anima e le più recondite angosce umane.
Gli spiriti e gli aspetti dell’arte di Teofilo Patini non possono essere circoscritti in una fugace indagine: egli è veramente di quegli artefici che segnano un momento storico disvelando inopinate bellezze.
Tratto da “L’Aquila Monumentale” di Luigi Serra
Quella di Patini è un’arte, potremmo dire, “sociale”. Una forma di “Verismo” pittorico nella quale non si rappresenta la rabbia o l’odio ma l’intimo strazio di uomini e donne che vivono, con dignità, una vita irta di difficoltà.
PASSEGGIATA IN PAESE
La via centrale, che si biforca per portare alla Rocca, era il luogo di transito delle greggi. Qui, sotto alcuni piccoli portici voltati, affrescati con effigi di santi e madonne, i pastori sostavano in caso di pioggia o per rinfrescarsi dall’arsura estiva.
Il paese appare assai segnato dai violenti terremoti subiti nel corso dei secoli. Le facciate degli edifici, ricostruite con materiale di recupero – come un pietra datata 1624 rimessa dove più serviva, oppure una bifora rimontata al contrario, con il capitello all’ingiù – ci ricordano questa emergenza.
Quando i terremoti colpivano d’inverno, inoltre, le abitazioni dovevano essere ricostruite quasi nell’immediato altrimenti, a quelle altitudini, le persone, come il bestiame, potevano morire assiderate entro poche ore.
Un’altra peculiarità la si intravede su tutti i muri esterni delle case, dalle quali spuntano diverse pietre che si susseguono l’una all’altra, inclinate verso il basso. Queste servivano, in passato, a sostenere delle grondaie di pietra o legno, con le quali far defluire l’acqua piovana in grandi cisterne. A Calascio, infatti, non c’era acqua, e non ci fu per secoli. Le donne la dovevano andare a prendere in un lontano lago di natura carsica, a piedi, con le tipiche conche sulla testa, per poi filtrarla prima di berla. Questo fino al 1911, quando finalmente venne costruito un acquedotto.
LE CHIESE

Al limitare delle strade principali, tra palazzi, stalle, cantine e botteghe abbandonate, si aprono slarghi e piccole piazzette, con spettacolari scorci sulla vallata o su graziosi gioielli architettonici, come la Chiesa di Sant’Antonio Abate. Le chiese, in questo periodo di Covid, sono tutte chiuse, su disposizione comunale. Tuttavia qualche nozione l’ho carpita tramite il nostro cicerone e leggendo il libro su Calascio, scritto da Michele A. Iocca.
La chiesa, edificata nel 1645, conserva una copia dell’opera “Le Tentazioni di Sant’Antonio nel Deserto” e “L’Annunciazione”, entrambe dipinte dal Patini. Ha un grande cortile antistante cosicché, il giorno di Sant’Antonio, tutti i calascini potessero portare qui i loro animali per essere benedetti.
Il paese, però, nasconde anche altre chiesette.
I pastori avevano la loro Chiesa parrocchiale, dedicata al Santo Patrono dei pastori nonché, ovviamente, di Calascio: San Nicola.
L’edificio ha un prezioso portale ligneo cinquecentesco intagliato con scene dell’Antico Testamento e della vita del Santo. Costruita in stile barocco, presenta diverse opere del Patini, raffiguranti “San Nicola”; “Sant’Emidio”, protettore dei terremoti, e “L’Annunciazione” del 1892.
Abbiamo avuto modo di vedere la Chiesa di San Leonardo, del XIII secolo. L’edificio ha un campanile “a vela” ad una campana, elemento architettonico tipico delle costruzioni romaniche e gotiche, ma anche templari, come templari sembrerebbero essere altri simboli che ritroviamo sulla facciata ed all’interno della Chiesa, quali la grande pietra grezza, posta a sinistra delle scale d’ingresso ed incorporata alla facciata, o il sole raggiante.
La pietra grezza è presente in diverse chiese dell’epoca e della zona, ed alcuni suggeriscono che possa essere di origine templare. Ne ritroviamo una nella chiesetta della vicina Castel del Monte; qui c’è un masso, però, “errante”, cioè non fissato alla facciata. Ogni tanto qualche contadino con un’apetta lo colpisce, facendolo rotolare via, e va rimesso al suo posto.
Questi massi rappresentano la metafora della creazione: come Dio dalla terra ha creato l’uomo, così l’uomo dalla pietra grezza, grazie all’ingegno datogli da Dio, riesce a ricavare il mattone ed a costruire cotali opere.
La Chiesa di Santa Maria delle Grazie del Convento di San Francesco, edificata, nel 1594, da Padre Mario da Calascio.

L’edificio è stato trasferito al Comune nel 1861, a seguito dell’emanazione delle leggi di incameramento delle proprietà del clero. La Chiesa, in stile barocco, è dotata di tante piccole cappelle e presenta, al suo interno, diverse opere di pregio.
Qui troviamo una tela di Giulio Cesare Bedeschini raffigurante “San Francesco che dà il cordone monastico a Luigi di Francia” e una copia dell’opera “La Crocifissione” di Aert Mytens, detto Rinaldo il Fiammingo, dipinta nel suo periodo aquilano.
Il convento adiacente ha un chiostro molto suggestivo, strutturato su due piani e decorato con una serie di affreschi rappresentative delle “Storie di Maria” e delle “Storie di San Giovanni da Capestrano”; nel refettorio, invece, abbiamo un “Ultima cena”, dipinta nel 1643 da Fabrizio Micarelli.
Questo luogo è importante anche per la figura di Padre Mario da Calascio. Calascino di nascita, fu un personaggio di rilievo nella Roma pontificia del XVI sec, essendo amico e padre confessore di Papa Paolo V. Fu un dotto ebraista, tanto da venire nominato dal pontefice “Maestro generale della lingua Santa”, con l’incarico di insegnare, a Roma, l’ebraismo.
Finita la prima parte della visita, ci fermiamo per il pranzo. E qui vi suggeriamo una chicca. Ci siamo avventurati all’interno del paese e passando attraverso un dedalo di viuzze, seguendo l’indicazione “paninoteca”, abbiamo scoperto un localino molto rustico, che preparava dei panini strepitosi, con pane fresco, fette di melanzane, pecorino e prosciutto crudo. Li potrete far farcire, ad ogni modo, anche con altri prodotti tipici di stagione. Ottimi!
Dopo il pranzo ed il caffè, risaliamo la scalinata che ci porta sulla Via di Mezzo – no, non è “Terra” di Mezzo, non confondetevi, non siamo nel “Signore degli Anelli”, anche se l’ambientazione rende l’effetto -, per visitare il “Museo del Gioiello Verna” con annesso laboratorio orafo, ancora funzionante, inaugurato nel 2005.
IL MUSEO DEL GIOIELLO

Il Museo, privato, è aperto d’estate il sabato e la domenica, salvo ore pasti, mentre il periodo di ferragosto è aperto tutti giorni, tutto il giorno. Negli altri periodi dell’anno si possono contattare i proprietari per prenotare una visita privata, nel loro Atelier di Pescara. D’estate il museo si arricchisce anche di una sala che contiene i costumi tipici abruzzesi, e nello spiazzo antistante, alcune sere si tengono piccoli concerti gratuiti di musica antica.
Il museo è composto da 5 stanze: la sala degli ornamenti, due sale degli amuleti, quella del “Cherubino” e degli abiti tradizionali ed, infine, il laboratorio orafo. Vi daremo un breve cenno su cosa si può trovare al suo interno, ma se volete approfondire l’argomento, qui potrete leggere molto di più sulla storia del gioiello abruzzese e della relativa simbologia!
La sala degli ornamenti

In questa sala troviamo diverse vetrine con riproduzioni di gioielli tradizionali abruzzesi di epoca ricompresa tra il 1500 ed il 1800, dall’uso prevalentemente ornamentale. Appena entrati possiamo ammirare diversi esempi di collane, come le “Scentipetto”, le “Chiacchiere” e le “Cannatora”.
I gioielli antichi venivano confezionati ed acquistati non solo come ornamenti, ma anche per altri motivi, prettamente superstiziosi.
In questa sala troviamo anche la Presentosa, un gioiello legato soprattutto alla tradizionale nuziale abruzzese. Il ciondolo è a forma di stella raggiata adornata da filigrana con al centro uno o due cuori. Un oggetto che nei secoli non ha mai mutato aspetto, significato o funzione. Questo gioiello veniva portato in dono, come presente, dalla suocera alla promessa sposa, al momento del primo incontro tra le due famiglie per venire, poi, indossato il giorno del matrimonio.
Assieme alle collane, non potevano mancare orecchini ed anelli.
Di particolare fattura sono gli orecchini tipici abruzzesi. Questi orecchini prendono il nome di “Circeglie” o “Sciacquajje”, hanno forma circolare, decorati da una semiluna, o “navicella”, e da pendenti antimalocchio, il cui tintinnio doveva proteggere dalle malelingue e dalle influenze negative.
Le stanze degli amuleti
Le due stanze successive sono ancora più intriganti della precedente, perché mostrano i principali amuleti usati in Abruzzo per scacciare gli spiriti maligni. Gli amuleti affondano le loro radici nella cultura popolare e servono a portare fortuna, fertilità, benessere, ma prevalentemente a proteggere gli uomini dagli spiriti maligni e dalle malìe delle streghe, ovvero il fascino (una forma di fattura), il malocchio, le iettature, le fatture (o malefici) e le ligature (le fasciature magiche). Gli amuleti, per avere effetto, devono essere, inoltre, realizzati esclusivamente in argento.

I gioielli creati contro le aggressioni delle streghe, come la “Pietra stregonia” e la “Tasciòla”, fondano il loro potere scaramantico sul c.d. “rimedio della conta”. La strega si metteva a contare i piccoli coralli o i peli di cinghiale di cui i due amuleti sono composti, e perdeva il senso del tempo, impedendole di fare del male al proprietario.
Oltre a combattere le streghe, gli amuleti servivano a scacciare spiriti maligni, malattie o eventi catastrofici
Abbiamo, per esempio, la “Pietra di fulmini”, utilizzata per proteggere il proprietario da accidenti vari o da un fulmine; oppure le “Lingue di drago” o “Lingue di San Paolo”, contro gli avvelenamenti.
In ultimo, troviamo due super potenti amuleti: la “Cimaruta”, ovvero la “cura per tutti i mali”, un amuleto utilizzato contro le streghe, ma anche un potente talismano composto da più simboli protettivi, uno per ogni occasione; ed il numero “13”, una medaglietta che riproduceva il numero 13, alla quale venivano saldati altri tredici simboli apotropaici.
La sala del “Cherubino” e dei Costumi Tradizionali

In questa sala, che d’estate viene adibita all’esposizione dei “Costumi Tradizionali Abruzzesi”, troviamo i lavori più recenti realizzati dai due maestri orafi, che mantengono il sapore della tradizione, sia nella forma che nell’esecuzione.
I gioielli creati a Calascio vengono, infatti, realizzati con strumenti originali del 1600, tutti rigorosamente funzionanti, presenti nell’adiacente laboratorio d’oreficeria antica dove i proprietari lavorano d’estate.
La sala in sé è bellissima, dotata di un caminetto antico realizzato in mattoni a vista, i quali, traendo calore dalla canna fumaria, lo irradiano in tutta la stanza, riducendo al minimo il consumo di legna.
La star della sala è, comunque, il “Cherubino”, il gioiello da loro creato in onore di Calascio e dell’Abruzzo interno, assieme ad alcune sue varianti.
Nelle teche espositive possiamo ammirare delle vere e proprie piccole opere d’arte, come i monili ritraenti Celestino V, Dante Alighieri e Beatrice.
Il Laboratorio orafo
Ormai immersi in questa atmosfera arcaica, ci sembra normale entrare nell’attiguo laboratorio orafo. Qui si percepisce il profumo di un remoto passato. Non siamo più in un museo ma in una vera bottega artigianale, persi in un tempo lontano. Lanterne d’epoca, che ampliano e riducono la loro luce rinfrangendosi su un piccolo specchio concavo; forzieri pieni di (copie originali di) monete antiche, utensìli e vasi ovunque. Gli strumenti sono perfettamente funzionanti e grazie ad essi, sotto i nostri sguardi basiti, assistiamo ad una saldatura di un cherubino realizzata esclusivamente con uno stoppino, una base di legno refrattaria, una cannula di bronzo ed il soffio “vitale” dell’orafo.
Soffiando attraverso la cannula, la fiamma dello stoppino si indirizza nel punto di saldatura, fino a raggiungere una temperatura superiore agli 800 gradi. Lo spettacolo è particolarmente emozionante per noi cittadini, avvezzi solo ad usare tecnologia moderna.
Quando usciamo dal museo ci spiace dover tornare al nostro secolo.
Consigliamo a tutti di fare questo tuffo nel passato.
BIBLIOGRAFIA
“Calascio, Microstoria del Paese e della sua Rocca” di Michele A. Iocca
“Amuleti, ornamenti magici d’Abruzzo”, di Adriana Gandolfi
Ringraziamo il Maestro Giampiero Verna e l’Associazione Aspherya.
Per scrivere questo post e citare prodotti o attività in esso contenuti, non mi sono stati offerti oggetti o compensi di alcun genere.


