Ba egizio, anima con le ali
Curiosando,  Mrs Curiosity

Il Ba: Quando gli Antichi Egizi Inventarono l’Anima con le Ali

Se siete di quelli che trovano il concetto cristiano di “anima” già abbastanza complicato da mandare giù, preparatevi: gli antichi Egizi ne avevano nove.
Sì, avete letto bene. Nove componenti distinte, ciascuna con un nome, una funzione, un destino diverso dopo la morte. Gli Egizi erano, in ogni senso, dei perfezionisti.
Oggi però non vi parlerò di tutte e nove, perché questo non è un corso universitario e voi avete altro da fare, ma di una sola: il Ba, l’anima egizia raffigurata come uccello dalla testa umana. Quella che ci interessa di più, quella che ha una storia bellissima da raccontare, e quella che — vi anticipo già — nasconde dentro di sé le radici di un mito che conoscete benissimo, quello delle origini delle Sirene greche. Sì, proprio quelle che cercarono di far fuori Ulisse.

Ma andiamo con ordine.

L’anima? No, grazie. Ne vogliamo nove.

Per capire il Ba, dobbiamo prima fare un piccolo passo indietro e renderci conto di quanto fosse radicalmente diversa la visione egizia dell’essere umano rispetto alla nostra.

Ba egizio anima ali uccello testa umana papiro funerario
Raffigurazione del Ba egizio su papiro funerario. Fonte: Wikimedia Commons

Noi, figli di duemila anni di pensiero greco-cristiano, siamo abituati a pensare a noi stessi come a una coppia: corpo e anima. Semplice, pulito, quasi geometrico. Gli antichi Egizi, invece, vedevano l’essere umano come una struttura molto più complessa, una specie di orchestra in cui ogni strumento suonava una parte diversa e insostituibile.
Tra i componenti principali c’erano il Ka, spesso tradotto come “forza vitale” o “doppio spirituale”, che restava legato al corpo dopo la morte e per questo motivo aveva bisogno di essere nutrito — ecco perché nelle tombe venivano deposte offerte di cibo e bevande, e perché la mummificazione non era una bizzarria ma una necessità assoluta.
C’era il Ren, il nome proprio, che non era una questione di anagrafe ma di sopravvivenza: cancellare il nome di qualcuno equivaleva a cancellare la sua esistenza eterna. Ancora oggi, negli scavi egizi, gli archeologi trovano bassorilievi in cui i nomi di faraoni caduti in disgrazia sono stati cancellati con lo scalpello con cura meticolosa — una condanna a morte postuma, in tutto e per tutto.

E poi c’era il Ba.

Il Ba: non è “anima”, ma ci assomiglia molto

Cominciamo da una cosa che gli egittologi ci tengono a precisare: tradurre Ba con “anima” è impreciso. Non sbagliato del tutto, ma impreciso. Il Ba era qualcosa di più specifico e di più affascinante.
Era la personalità di un individuo. Non l’essenza mistica, non il soffio divino, ma proprio quello che rendeva una persona quella persona: il modo in cui rideva, le sue paure, i suoi ricordi, le sue abitudini, persino il suo senso dell’umorismo (sì, anche gli antichi Egizi ce l’avevano, e chi sostiene il contrario non ha mai visto i graffiti osceni sui cantieri delle piramidi). Era ciò che distingueva un essere umano da qualsiasi altro sul pianeta.
Ma soprattutto — ed è qui che diventa interessante — il Ba era mobilità. Era la capacità di passare da un mondo all’altro. In fondo, nella sua essenza più profonda, il Ba non era tanto “ciò che sei” quanto “ciò che potevi fare”.
Dopo la morte, mentre il corpo restava nella tomba protetto da metri di pietra e migliaia di geroglifici protettivi, il Ba aveva la libertà assoluta di alzarsi in volo. Poteva tornare tra i vivi, visitare i luoghi amati in vita, planare sul Nilo all’alba, adorare il sole al sorgere.
Di notte, però, doveva rientrare. Il Ba e il corpo erano legati da un filo invisibile ma indistruttibile: si separavano ogni mattina e si ritrovavano ogni sera, come due vecchi amici che si perdono di vista durante il giorno ma sanno sempre dove dormire.

Un uccello con la faccia di qualcuno che conoscete

E qui arriva la parte che preferisco: come si disegnava il Ba?
Gli antichi Egizi non amavano le astrazioni non visualizzabili. Ogni concetto teologico importante doveva avere una forma, un colore, un geroglifico. Il Ba non faceva eccezione.
Nelle tombe, nei papiri funerari, sui soffitti dei templi, il Ba veniva raffigurato come un grande uccello dal corpo piumato e dalla testa umana. Spesso con il volto del defunto stesso, riconoscibile grazie ai dettagli dell’acconciatura o degli ornamenti.

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Il Jabiru africano, la grande cicogna delle rive del Nilo che ispirò la raffigurazione del Ba egizio. Illustrazione digitale.

L’uccello in questione era la cicogna africana — il jabiru, Mycteria ephippiorhynchus, se volete fare bella figura alle cene — un volatile imponente, dalle zampe lunghe e dal portamento solenne, che gli antichi Egizi potevano osservare lungo le rive del Nilo. Probabilmente c’era anche un gioco fonetico: il nome dell’uccello e il termine “ba” si assomigliavano abbastanza da suggerire un’associazione spontanea. Oppure c’erano ragioni più profonde, più intime, che i millenni hanno reso per noi irrecuperabili.
Col tempo, la rappresentazione si affinò: il Ba poteva avere le fattezze di un falco dalla testa umana, con braccia invece di ali, o una combinazione di elementi diversi. Non esisteva un’iconografia rigida: era un concetto vivo, che si adattava al racconto che si voleva fare.
La logica della forma, però, era sempre la stessa e aveva una sua bellezza quasi matematica:

  • Le ali davano al Ba la libertà di muoversi tra i mondi. Un’anima immobile sarebbe stata, per gli Egizi, un controsenso.
  • La testa umana garantiva al Ba di non perdersi. Di sapere chi era. Di riconoscere il proprio corpo al ritorno e di ricongiungersi a esso senza sbagliare tomba.

Dove andare per vederlo con i propri occhi

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Il soffitto astronomico del Tempio di Hathor a Dendera. Foto di Olaf Tausch via Wikimedia Commons, licenza CC BY 3.0

Se alzate gli occhi verso il soffitto della grande sala ipostila del Tempio di Hathor a Dendera — uno dei templi egizi meglio conservati, circa settanta chilometri a nord di Luxor — troverete, immerso in un blu egizio che resiste ai millenni con un’arroganza ammirevole, un uccello Ba che viaggia sulla prua della barca sacra del dio Ra. Lo trovate lì, fermo nel suo ruolo di custode del passaggio, esattamente dove qualcuno lo ha dipinto duemila anni fa.

Il soffitto di Dendera è uno di quei posti che fanno capire, fisicamente, cosa significhi “civiltà millenaria”. Non è una frase da cartolina: è che stai guardando una teologia complessa, articolata, bellissima, espressa su pietra con una padronanza tecnica che ancora oggi lascia senza fiato.

Ma allora, cosa ci fa un’anima egizia nella mitologia greca?

Eccoci al punto. Perché vi ho raccontato tutto questo?
Perché se avete letto il nostro articolo precedente sul mito delle sirene, sapete già che le sirene greche antiche non erano donne-pesce. Erano donne-uccello. E la domanda ovvia è: da dove veniva quell’immagine?

La risposta, almeno in parte, è proprio lui: il Ba.

A partire dal VII secolo avanti Cristo, i contatti tra mondo greco e mondo egizio si intensificarono in modo straordinario. Mercanti, artigiani, artisti greci frequentavano i porti egizi, entravano nei templi, osservavano i bassorilievi. E rimanevano folgorati da quelle creature ibride: uccelli con facce umane, così espressive, così riconoscibili, così diverse da qualsiasi cosa esistesse nella loro tradizione artistica.

I Greci avevano già nel loro repertorio orale il racconto delle Sirene — figlie divine, punite, condannate a vivere sugli scogli. Ma non avevano ancora trovato un modo visivo per raccontarle. Quando videro il Ba, trovarono quello che cercavano.

Presero la forma e ci incollarono sopra la storia.

Quello che non presero — o meglio, quello che trasformarono nel suo contrario — fu il significato. Il Ba era un’anima benevola, un messaggero d’amore tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Portava conforto. Tornava ogni sera al proprio corpo come si torna a casa.

Ulysse e le Sirene – John William Waterhouse – National Gallery of Victoria

La Sirena greca prese la stessa forma e ne fece esattamente il contrario: una creatura infernale che attirava i vivi verso la morte, che usava la sua voce meravigliosa non per portare pace ma per strappare le persone al loro mondo.

Stessa silhouette. Opposto destino.

Una riflessione finale (che nessuno vi chiede, ma che faccio lo stesso)

C’è qualcosa di straordinariamente umano in questo scambio culturale. I Greci non copiarono gli Egizi: li reinterpretarono. Presero un’immagine di speranza e la trasformarono in un’immagine di terrore, perché nel Mediterraneo del VII secolo avanti Cristo il mare era pericoloso, i naufragi erano frequenti, e i marinai avevano bisogno di storie che spiegassero perché certe volte le persone non tornavano.

Il Ba egizio rispondeva a una domanda: dove va la nostra anima dopo la morte?
La Sirena greca rispondeva a un’altra: perché il mare a volte si prende le persone senza restituirle?

Due civiltà, due paure diverse, una sola immagine.

Seguitemi se volete scoprire come dalle anime egizie siamo passati ai mostri greci e da questi alle sirene acquatiche, leggete

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