Sirene: dal cielo al mare
Siamo partiti dall’anima alata degli Egizi, volata via tra i sarcofagi del Nilo.
Abbiamo inseguito il canto mortale delle predatrici greche, appostate sugli scogli come uccelli da preda. Ma ora siamo arrivati al nodo cruciale, quello che trasforma la leggenda in un enigma senza ritorno.
In quale preciso momento della storia le sirene hanno smesso di volare e hanno iniziato a nuotare?”
Perché se avete letto i nostri articoli precedenti, sapete già due cose: primo, che le sirene greche erano creature alate, donne-uccello terrificanti che si appostavano sugli scogli e cantavano i marinai verso la morte. Secondo, che quella forma — l’uccello dalla testa umana — non era nata in Grecia, ma in Egitto, dove il Ba, l’anima con le ali, volava libero tra il mondo dei vivi e quello dei morti.
Eppure oggi, se chiedete a qualsiasi bambino di disegnare una sirena, vi farà una donna con la coda di pesce. Disney ha fatto un ottimo lavoro.
Ma come ci siamo arrivati? Chi ha preso queste creature piumate e le ha buttate in mare?
La risposta, come spesso accade nella storia, è meno mitologica di quanto pensiate: sono stati i monaci con qualche fatale errore di copiatura.
Il ponte che mancava: cosa successe ai Romani
Prima di arrivare al Medioevo, però, dobbiamo fare una sosta rapida nell’antica Roma, perché c’è un passaggio che spesso si salta e che invece è fondamentale.
I Romani ereditarono le sirene dai Greci, mostri e tutto il resto. Ma i Romani erano, come dire, gente pragmatica. Non amavano le cose troppo brutte. E così, nel tempo, iniziarono ad ammorbidire le sirene: le raffigurarono sempre più come donne con ali d’uccello invece che come uccelli con teste di donna. L’aspetto femminile prese il sopravvento su quello animale. La creatura divenne più seduttiva, meno mostruosa.
Era ancora pericolosa, certo. Ma era diventata una bellissima creatura pericolosa, non un mostro con le piume. Ed è questo il punto cruciale: i Romani avevano già iniziato a spostare l’accento dalla bestia alla donna. Il Medioevo non fece altro che completare il lavoro — in modo però molto più radicale e, diciamolo, più creativo.
Il colpevole: un monaco anglosassone e il suo libro di mostri
Siamo nell’VIII secolo dopo Cristo. Da qualche parte in Inghilterra — probabilmente nell’ambiente anglosassone legato al poeta del Beowulf — un monaco anonimo sta scrivendo un libro straordinario.

Si chiama Liber Monstrorum de Diversis Generibus, ovvero il Libro dei Mostri di Vario Genere. È esattamente quello che sembra: un catalogo ragionato di tutte le creature mostruose conosciute, una specie di enciclopedia del terrore ante litteram.
E al capitolo sei — De Sirenis, Sulle Sirene — arriva la svolta che cambierà tutto.
Per la prima volta nella storia scritta, le sirene vengono descritte così:
“Le sirene sono fanciulle marine che ingannano i navigatori con il loro bellissimo aspetto e allettandoli col canto; e dal capo fino all’ombelico hanno il corpo di fanciulla e sono in tutto simili alla specie umana; ma hanno squamose code di pesce che celano sempre nei gorghi.”
Eccola. La prima sirena-pesce della storia. Niente piume, niente artigli, niente ali. Solo una bella donna con una coda squamosa nascosta sott’acqua.
Nessuno sa esattamente perché il monaco anonimo abbia fatto questa scelta. Forse perché nell’Inghilterra anglosassone circolavano già leggende di creature acquatiche dei mari del Nord o per via di una strana assonanza con l’iconografia di Giona inghiottito dalla balena. Oppure — e questa è la spiegazione che mi diverte di più — perché qualcuno, ricopiando un manoscritto precedente, ha confuso la parola latina pennis (piume) con pinnis (pinne). Un solo errore di trascrizione, e le sirene sono finite sott’acqua per sempre.
I bestiari: quando i monaci diventano influencer
Una volta che il Liber Monstrorum ebbe introdotto la sirena-pesce, ci pensarono i bestiari a diffonderla ovunque.
I bestiari erano i libri illustrati del Medioevo: raccolte di animali reali e fantastici, ciascuno accompagnato da una descrizione e da una morale cristiana. Erano i libri più letti e copiati dell’epoca, dopo la Bibbia. Ogni monastero ne aveva almeno uno, e ogni monaco copista aggiungeva le sue illustrazioni.
La sirena entrò nei bestiari con la sua nuova coda di pesce e non ne uscì più. I monaci la copiavano, la reinterpretavano, la disegnavano. Alcuni la facevano con una coda sola. Altri con due code — la famosa sirena bicaudata — nella versione che sarebbe diventata la più diffusa nell’arte romanica.

E però — dettaglio fondamentale — gli artisti visivi fecero una resistenza silenziosa. Gli storici dell’arte notano che non esistono praticamente sirene con la coda di pesce nell’arte figurativa prima dell’XI-XII secolo. Per almeno tre secoli, mentre i testi già le descrivevano come donne-pesce, i pittori e gli scultori continuarono a disegnarle come donne-uccello. Le due versioni convissero a lungo, a volte addirittura nella stessa opera: in un capitello del chiostro della cattedrale di Elne, nel sud della Francia, si vedono entrambe i tipi di sirena rappresentate insieme, come se nessuno avesse ancora deciso quale versione fosse quella giusta.
La Chiesa e la coda: un simbolo perfetto per un’epoca di paure
Ma perché la Chiesa medievale accettò così volentieri questa nuova versione acquatica? Dopotutto, le sirene erano creature pagane. Perché non eliminarle del tutto, come aveva fatto con tanti altri miti greci?
La risposta è che la sirena-pesce si rivelò uno strumento teologico troppo comodo per essere abbandonato.
Pensateci: nel simbolismo cristiano medievale, il mare era il caos, l’ignoto, il luogo dove regnavano le forze del male. L’acqua profonda era la perdizione. E la coda di pesce, che lasciava scoperta la parte superiore del corpo della donna, rendeva la sirena esplicitamente, inequivocabilmente sensuale. Non c’era più l’ambiguità della creatura alata, metà bestia e metà umana. Ora c’era una bella donna che mostrava il corpo e nascondeva la sua vera natura mostruosa sotto la superficie dell’acqua.
Per i Padri della Chiesa era il simbolo perfetto della lussuria: bella in apparenza, letale nella sostanza. Seducente come il peccato, mortale come le sue conseguenze.
E così le sirene finirono sulle chiese. Non fuori, come ornamento. Dentro, scolpite sui capitelli delle navate, sui portali, sulle lunette. La sirena bicaudata con le due code divaricate, spesso tenute aperte dalle proprie mani in un gesto che non lasciava dubbi sul messaggio, divenne uno dei motivi decorativi più diffusi del romanico italiano ed europeo.
San Bernardo di Chiaravalle tuonò contro questi “mostri indecenti” che adornavano le chiese, chiedendo ai fedeli di guardare la “strana formosità deforme”. Ma nessuno lo ascoltò più di tanto. Le sirene erano troppo belle, troppo inquietanti, troppo efficaci come monito visivo per essere rimosse.
La pulsione pagana veniva catturata nella pietra sacra e messa al servizio di Dio. Letteralmente.
Il finale: da mostro a principessa (con qualche fermata in mezzo)
Questa sirena medievale — peccaminosa, pericolosa, scolpita nella pietra delle chiese — è la madre diretta di tutte le sirene che conosciamo oggi. Ma il percorso non è stato così diretto come si potrebbe pensare. Non tutte le culture hanno abbracciato questa visione e vale la pena conoscere gli altri volti delle sirene.

Melusina e Undine
Il primo è di Melusina. Già a partire dal XII secolo, nel folklore celtico e nelle leggende francesi, circola la storia di una bellissima donna-serpente (o donna-pesce, a seconda della versione) che si innamora di un uomo mortale, lo sposa, costruisce castelli e mette al mondo figli, ma un giorno viene scoperta nella sua vera natura e perde tutto.
La versione più celebre viene messa per iscritto intorno al 1390 da Jean d’Arras. Melusina è ancora ambigua — né mostro né vittima del tutto — ma per la prima volta nella tradizione delle creature acquatiche c’è una storia d’amore vera, con un castello, un marito, dei bambini e un finale straziante.
Il secondo, cruciale, è di Undine. Nel 1811 il romantico tedesco Friedrich de La Motte-Fouqué pubblica un racconto intitolato proprio Undine, storia di un’ondina — creatura acquatica priva di anima — che si innamora di un cavaliere mortale, lo sposa per guadagnarsi un’anima, e viene tradita. È la prima volta che la creatura acquatica è esplicitamente e completamente la vittima della storia: non seduce per uccidere, soffre per amore. Il libro diventa un successo enorme in tutta Europa, viene messo in musica da E.T.A. Hoffmann e letto da tutti.
Incluso un giovane danese di nome Hans Christian Andersen.
La sirenetta
Quando nel 1837 Andersen pubblica La Sirenetta, sta scrivendo — lo sappiamo dalle sue lettere — la storia di un amore impossibile vissuto in prima persona: quello per il suo amico Edvard Collin, che si era appena sposato con qualcun altro. La sirenetta che perde la voce, che non riesce a esprimere ciò che sente, che viene ignorata da chi ama: era lui. Ed è per questo che nella versione originale di Andersen non c’è nessun lieto fine — la sirenetta muore, si dissolve in schiuma di mare.
La Disney, nel 1989, pensò che questo finale fosse un po’ cupo per un film per bambini, e lo cambiò.
Duemilacinquecento anni di storie
Nel corso dei secoli abbiamo dato vita a queste creature cambiandole a seconda del periodo storico.
Dall’anima egizia con le ali al mostro greco che uccide i marinai, per poi diventare una nel medioevo una donna-pesce simbolo di peccato. Con il tempo la donna-pesce da carnefice diventa una vittima, una figura romantica, tragica e malinconica, per poi trasformarsi nella principessa Disney con il suo finale felice.
Duemilacinquecento anni di trasformazioni. Ogni epoca ha preso la sirena e l’ha modellata sulla propria paura o sul proprio desiderio.
Gli Egizi avevano paura di perdere la propria identità dopo la morte — e il Ba aveva la testa umana per non dimenticare chi era.
I Greci avevano paura del mare e dei suoi segreti — e le sirene conducevano i marinai verso la morte.
I monaci medievali avevano paura del corpo femminile e del peccato — e la sirena diventò lussuria scolpita nella pietra.
L’Ottocento romantico aveva paura della solitudine e dell’amore impossibile — e Andersen rese la sirena una creatura che piange.
E noi? per noi del XXI secolo cosa sono le sirene?
Le mettiamo sui tatuaggi, sui cappucci dei caffè americani e nei film per bambini. Forse anche questo dice qualcosa di noi.
Chiudiamo con una citazione che descrive così le trasformazioni storiche delle sirene:
“innumerevoli facies, espressioni proteiformi della loro intrinseca dualità e fluidità: mostri dell’aria o dell’acqua, demoni della morte, sapienti spiriti musicali, seduttrici fatali, incarnazioni dei vizi e delle tentazioni del mondo (lussuria, inganno, vanità, eresia, ecc.), figure materne della fecondità o perfino della salvezza”, tratta dagli studi di storia dell’arte medievale e moderna, approfonditi durante il convegno Marinae Puellae tenutosi a Pescara presso il Museo delle Genti d’Abruzzo.
Avete letto anche gli altri articoli della serie? Scoprite l’origine egizia delle sirene nel Ba, l’anima con le ali, e le sirene greche dell’Odissea: chi erano davvero.


