Il Castello di Rocca Calascio e Santo Stefano di Sessanio
Visitare il Castello di Rocca Calascio ed il Borgo di Santo Stefano di Sessanio, appena dopo l’apertura del Lockdown è stata un’esperienza unica. Si è rivelato un vero e proprio salto indietro nel tempo.
Rocca Calascio è un piccolo borgo disabitato, arroccato sulle montagne dell’aquilano, nel Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. La Rocca fu abbandonata a seguito dei diversi terremoti succedutisi nei secoli, ma è frequentatissimo per il suo incredibile castello medievale.
Sulla Rocca troviamo solo qualche locale, accessibile previa prenotazione (altrimenti potreste attendere ore), e un B&B.
Come raggiungere Rocca Calascio
I giorni feriali, Rocca Calascio è raggiungibile, di norma, in auto ma arrivati quasi in cima, troverete pochissimi parcheggi e poco spazio di manovra. Sarà meglio, forse, andare a piedi. Nei giorni festivi, invece, l’accesso è concesso solo ai pedoni ed alle autovetture che trasportano coloro che hanno prenotato nelle strutture sopra citate. La distanza tra il paese di Calascio ed il Castello è di circa 3 km. Una mezz’oretta di percorso asfaltato da percorrere a piedi e, per chi vuole, c’è una navetta che facilita la salita e la discesa.
Nei mesi di Agosto e Settembre ci potrebbero essere possibile variazioni, per opportune verifiche controllate sul sito del Comune, troverete tutte le informazioni necessarie.
Arrivati in cima, ovviamente, era tutto praticamente deserto, abbiamo trovato subito posto con l’auto ed il bar faceva solo caffè da asporto. Per la via principale abbiamo incontrato unicamente un signore, che gestiva una piccola bancarella di gioielli fatti a mano, con un adorabile cagnetto accoccolato ai suoi piedi.
Chiesa di Santa Maria della Pietà
Continuando la salita, ci si lascia il borgo alle spalle per proseguire su un sentiero brecciato di montagna, fino a raggiungere uno spiazzo, la Piazza della Chiesa, in cui la vista si apre su un immenso panorama.
Qui si può arrivare in moto utilizzando una strada alternativa, non asfaltata; lo spiazzale è molto ampio, perché in passato, ed a volte ancora oggi, ospitava le greggi.
Ad accoglierci troviamo la Chiesa di Santa Maria della Pietà (o Madonna della Pietà), una piccola chiesetta fatta erigere, forse su una chiesa precedente, verso la fine del 1500 dalla famiglia Piccolomini Todeschini.
Si narra, infatti, che una pericolosa banda di briganti scorrazzasse per la vallata saccheggiando ed aggredendo chiunque capitasse a tiro, e che gli abitanti della Rocca, con l’intercessione della Madonna, fossero riusciti a sgominarla. Per riconoscenza venne costruita la chiesetta.
In realtà, sembrerebbe che la “banda”, capeggiata dal terribile brigante abruzzese Marco (di) Sciarra, (detto anche il “Re della campagna”), fosse un vero e proprio esercito. Sembra, altresì, che “Sua Maestà” non si interessò affatto al paese, passando oltre… potremmo dire che ebbe pietà di loro: fu questa la vera grazia, altrimenti non avrebbero avuto alcuna speranza di salvarsi!
Ad ogni modo la peculiarità della chiesetta, oltre alla sua forma ottagonale, è quella di avere delle finestrelle ai lati dell’entrata, a piano terra, così da permettere ai pastori che volevano sentir messa, di assistervi senza dover entrare, lasciando gli animali incustoditi.
IL CASTELLO DI ROCCA CALASCIO
Il castello è già visibile, arroccato sopra di noi. Proseguiamo per il sentiero, salendo qualche decina di metri, e ci ritroviamo nel punto più alto del mondo!
Questo è sempre stato un luogo strategico da cui controllare la valle del Tirino e l’altopiano di Navelli, arroccato sui suoi 1460 m di altezza e con una visuale a 360 gradi. Da qui potete osservare tutto intorno a voi, fin dove muore l’orizzonte ed arriva lo sguardo, per chilometri di distanza.
E’ il Castello più alto d’Italia, ed uno dei più alti d’Europa.
Apparso in alcune delle trasmissioni più viste del Paese, come “Meraviglie” e “Ulisse, il piacere della scoperta”, di Alberto Angela, venne anche rappresentato, nel 1980, su un francobollo da 0,50 lire.
Forse pensate di non conoscerlo, eppure sono sicura che lo avrete visto almeno una volta, nel film di “Ladyhawke”, un film cult della nostra generazione.
Realizzato nel 1985, narra la storia di due sconsolati innamorati condannati a non poter vivere assieme, Isabeau D’Anjou, interpretata da una bellissima Michell Pfeiffer, ed Etienne Navarre, reso dal carismatico Rutger Hauer.
Il loro era veramente un amore impossibile, poiché maledetto da un amante respinto, e per questo motivo condannati a vivere una semivita: di giorno lui era un uomo e di notte si trasformava in un possente lupo nero, mentre lei di notte era una bellissima donna e, di giorno, un maestoso falco.
Il film è stato girato quasi interamente nel Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, in particolare a Campo Imperatore.
Durante il film, i due sventurati vengono aiutati da un prete redento, Imperius, colpevole di averli traditi e di aver scatenato l’ira del vescovo che li ha maledetti, e dal romantico ladro Philippe Gaston, l’allora giovane Matthew Broderick.
Il Vescovo di Aquila (non è un errore!)
Nella versione originale, l’amante respinto era il Vescovo di Aquila. L’uomo aveva stipulato un patto con il diavolo per vendicarsi della donna che lo aveva rifiutato.
Al momento del doppiaggio in italiano, “Aquila” – vi immaginate gli aquilani quanto si sarebbero potuti arrabbiare?! – è divenuta Aguillon, ed il borgo medievale che vediamo nel film, al momento della fuga di Gaston dalla prigione, altro non è che Castel del Monte, un paesino limitrofo a Calascio.
Ma torniamo a noi. Il castello dove trova riparo Isabeau, ovvero il luogo in cui Imperius si era nascosto dopo aver tradito i due innamorati, è proprio quello del borgo abbandonato di Rocca Calascio, posto sulla vetta più alta di tutte, a rimirar le stelle, ed a far da sentinella all’Abruzzo.
Nel film, una delle torri circolari sembra abbia ancora un torrione merlato e dei pontili, ma è solo un bellissimo effetto speciale, realizzato con del polistirolo.
Le origini del Castello di Rocca Calascio
Effetti scenici a parte, il poter stare in questi luoghi, praticamente da soli, ci fa piombare in un’epoca remota. Mentre percorrevamo le strade lastricate di pietra viva, all’improvviso ci aspettavamo di veder apparire monaci caracollanti con in mano i loro messali, cavalieri e milizie che marciavano verso la Rocca, ed abitanti intenti a svolgere le loro normali attività, mentre in lontananza, giungevano gli echi urlanti dei pastori alle loro greggi.

Attraverso gli Appennini e le Terre degli Abruzzi – Andrea Livi Editore
Ci siamo sentiti un po’ come la nobildonna italo-britannica Estella Canziani. Artista di origine italiana, ha avuto modo di visitare le nostre terre nei primi del 1900, riportando i suoi resoconti ed i suoi acquerelli nel testo “Through the Apennines and Lands of the Abruzzi”. Il testo è ormai un pezzo d’antiquariato, che ho reperito in una piccola casa editrice. Al suo interno la donna racconta minuziosamente il suo viaggio, riportando le sensazioni provate nell’attraversare le nostre terre. Ha sottolineato spesso di come le sembrasse di essere tornata indietro nel tempo, camminando per sentieri e strade medievali, tra tradizioni e superstizioni.
Un preciso e puntuale spaccato delle zone rurali dell’epoca, veramente povere, lontane anni luce dalla vita londinese o da molte città italiane. La scrittrice, infatti, ci parla di ambientazioni medievali, non ancora interessate dal Rinascimento o dalla Rivoluzione Industriale del 1800.
La vedetta del mondo
Il castello era noto nelle cronache fin dall’816 d.C., come uno dei possedimenti dell’Imperatore Ludovico I, detto “Il Pio”, figlio di Carlo Magno.
Forse antica torre d’avvistamento romana, fu trasformata dai normanni in una rocca, per poi essere abbellita dai Piccolomini Todeschini. La zona rientrava nella Baronia di Carapelle e passò, in seguito, alla famiglia medicea.
Il maschio centrale, di forma quadrata, fu circondato da mura e, agli angoli, vennero edificate quattro torri circolari, con basamento “a scarpa”. Le torri, in questo modo, godettero nel tempo di una maggiore stabilità, vista anche l’impervia posizione. L’accesso avveniva tramite un doppio ponte levatoio e l’uso era esclusivamente militare.
I Medici, con questo acquisto, avrebbero avuto sotto il loro controllo uno dei beni più preziosi dell’epoca: la lana. Questo era l’unico materiale, all’epoca, che riuscisse a tenere calde le persone, e possiamo solo immaginare che freddo facesse!
Di qui passavano, attraverso il Tratturo Regio, i pastori con le loro greggi, ed i Medici, dalla Rocca, potevano proteggere il loro investimento.
La lana Carapellese
Le pecore tipiche della zona, razza “carfagna”, davano la famosa lana “carapellese”. Un’ottima lana scura e grezza, utilizzata per la realizzazione di tonache monacali e di uniformi militari. La lana veniva, poi, inviata a Firenze per essere venduta in tutta Europa.
Sotto il dominio mediceo la Baronia di Carapelle entrò a far parte degli Stati Medicei d’Abruzzo, andando incontro ad uno dei periodo più fiorenti della propria storia.
Panorama mozzafiato
Torniamo a noi.
Per accedere al castello si deve attraversare un ponte di legno, ed il maschio centrale è visitabile (per orari vedi sempre qui).

Tutto intorno, troviamo le rovine di un piccolo borgo. Da qui potrete realizzare scatti fotografici molto suggestivi, specie al tramonto, o anche fermarvi per rifocillarvi con un pranzo al sacco. L’importante è rispettare il luogo che state visitando, evitando di buttare o lasciare oggetti per terra.
Vi assicuro che venire qui, per restare anche solo seduti ad ammirare questa vista incredibile, vale l’impresa. La vastità degli spazi vi libera l’anima.
IL BORGO DI SANTO STEFANO DI SESSANIO
Finita la nostra piccola escursione, ci siamo incamminati verso un paese limitrofo, Santo Stefano di Sessanio, altro gioiellino di queste parti, appartenente all’“Associazione dei Borghi più belli d’Italia” .
Si ritiene che prenda il nome da Sexantio, un piccolo insediamento romano chiamato così perché distante circa sei miglia romane dal pagus (villaggio romano più importante) di San Marco.
Camminando per il paese, siamo stati accolti da un silenzio irreale, impensabile nei periodi normali, ed abbiamo potuto apprezzare appieno la bellezza di questo luogo, circondato dal verde. In alcuni tratti si potevano udire solo il canto degli uccellini.
Sugli usci più antichi, troviamo fiori di cardo attaccati. Per gli abitanti, infatti, questi hanno una funzione apotropaica e servono a tener lontani gli spiriti maligni.
Abbiamo trovato tutti i locali chiusi, anche se ogni negozietto era ornato da insegne fatte a mano, curate in ogni minimo particolare. Solo in alcune zone si percepiva la possibile presenza umana perché dalle case provenivano profumi di sugo fatto in casa, borbottii di piatti in cottura ed un sommesso vociare.
Alcune sedie nicchiavano sul ciglio delle strade, a confermarci che nelle ore più fresche qualche anziana signora le occupava per godersi il sole, anche in periodo di quarantena.
Antiche effigi medicee
In passato Santo Stefano di Sessanio è stato il centro commerciale del mercato della lana, nonché base dei Medici. Gli edifici sono strutturati come “case-torri” e/o “case mura”, ovvero costruiti senza soluzione di continuità, in modo da formare schiere di mura difensive. Il paese, infatti, era privo di mura difensive e di un Castello, ma ciononostante le viuzze si aprono su cortili, archi e volte incantevoli.
Il paese, purtroppo, ha risentito terribilmente della furia del terremoto del 2009, quando perdette anche il suo monumento più importante, la Torre Medicea, andata distrutta. Ora è, infatti, in parte avvolta da impalcature, così come tutto il paese.
Il paese è praticamente sorto e cresciuto all’ombra di questa torre. Inizialmente era una semplice torre di avvistamento di forma circolare, forse di epoca romana. Successivamente la torre venne poi migliorata dai Piccolomini.
Ma è la Famiglia dei Medici, però, a darle l’aspetto attuale (ovvero prima del crollo), sistemandone la parte alta, dandogli la merlatura ghibellina.
Lo stemma dell’antica famiglia fiorentina, con le sei palle, è visibile anche sulla Porta Urbica, la porta d’accesso al paese. Ma qui tutto è un pò “mediceo”, come la piazza principale (Piazza Medicea) e la chiesetta che vi si affaccia (la Cappella Medicea di Santa Maria delle Grazie)!
Curiosità
Santo Stefano è famosa per essere la sede di uno dei primi alberghi diffusi d’Italia, creato dall’imprenditore Daniele Elow Kihlgren (che lo realizzò anche a Matera).

Il prodotto tipico di qui sono le famose lenticchie di Santo Stefano di Sessanio, che potrete comprare in vari negozietti sparsi per il paese. Diffidate delle imitazioni.
I legumi qui si coltivano fin dal 998 d.C. e sono di una qualità particolare, autoctona, presidio slow food e dotato di riconoscimento PAT (Prodotti agroalimentari tradizionali).
Per qualsiasi notizia potete cercarle sul sito del Parco Nazionale del Gran Sasso.
Prima di andare via, non dimenticate di visitare la piccola Chiesetta della Madonna del Lago, situata poco fuori il paese. Troverete un panorama molto suggestivo.
Fu fatta costruire da una delle famiglie più importanti del paese. Si racconta, infatti, che Giancaterino Anelli, deputato generale della Dogana, nel 1655 fece erigere questa chiesa per ringraziare la Madonna di aver fatto scagionare il fratello Gerolamo, detto Momo, da una pesante accusa di omicidio.
La nostra piccola gita fuori porta volge al termine. Con una vena di tristezza ritorniamo a casa, dopo aver preso finalmente una boccata d’aria dopo mesi di clausura.
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