Curiosando,  Mrs Curiosity

IL FUCINO E LA NASCITA DEL DIO APOLLO

LA MAMMA E’ SEMPRE LA MAMMA

Vi sono luoghi, in Italia, dove i racconti mitologici si fondono e si confondono con la storia di popoli e paesi. In particolare nei territori della Magna Grecia.
Ma sembrerebbe che anche da noi, ai tempi dei Marsi e dei Romani, sul Lago Fucino il mito della nascita del dio Apollo e di sua sorella, la dea Artemide (Diana per i romani), si siano confusi con la storia.

Ed ora, la prima cosa che faremo è parlare un po’ di mitologia.

 

ZEUS, HERA E LETO

Ovvero Giove, Giunone e Latona.

Giove ingannato da Giunone sul Monte Ida“, James Barry, Wikipedia

Zeus era il re di tutti gli dei dell’Olimpo, e dopo essere convolato a nozze per ben quattro volte, si era definitivamente accasato con la sua ultima moglie (nonché sorella) Hera.
Zeus, come si può ben capire dagli svariati matrimoni contratti, amava molto le donne e così, sovente, si concedeva delle scappatelle con qualsiasi creatura di sesso femminile, di notevole avvenenza, incontrasse.

Dal canto suo Hera era (scusate il gioco di parole) una donna gelosissima!
Costretta a sposare Zeus, gli rimase sempre fedele ma sicuramente non fu una moglie “zitta e muta” …
C’era, però, un problema: non poteva farla scontare al marito perché era il capo degli dei Quindi finiva per scaricare, pesantemente, le proprie frustrazioni e la propria ira sull’oggetto del tradimento: la povera sventurata di turno che incappava in Zeus.

Povera sventurata, si! Perché queste donne erano quasi tutte abusate contro la loro volontà. Se resistevano, venivano punite da Zeus; se cedevano, venivano punite da Hera! Immaginatevi un po’ la situazione!
Ad ogni modo, oggi parleremo proprio di una di queste povere malcapitate, la mamma di Apollo ed Artemide, conosciuta come Leto (o Latona).

Leto non era una donna mortale, bensì la figlia di due Titani, Coeus e Phoebe. Aveva anche una sorella, Asteria, ed entrambe erano molto belle e morigerate.

 

I TITANI

I Titani erano i figli di Urano, il dio del cielo stellato, e di Gea, la Madre Terra.
Erano 12, sei maschi e sei femmine (le Titanidi).

Urano odiava i suoi figli perché nati tutti mostruosi (c’erano anche i Ciclopi e gli Ecatonchiri) e così li ributtava nelle viscere di Gea, impedendole di partorirli.
Ma si sa, la mamma è sempre la mamma, e così Gea diede a suo figlio Kronos (Saturno per i romani) un falcetto e durante la notte… questo tagliò i testicoli al padre.

E lo so, immagino la sofferenza dei maschietti.
I testicoli caddero in mare e dalla schiuma delle onde nacque Afrodite, la dea della bellezza (consolatevi).

Urano, sofferente, lo maledisse profetizzando che gli sarebbe accaduta la stessa cosa, ovvero che uno dei suoi figli gli avrebbe usurpato il trono (non che lo avrebbe castrato!).
“Poco male” pensò Kronos, e prese il suo posto, con al fianco la moglie Rhea, una delle Titanidi.

fucino nascita apollo
Saturno, Peter Paul Rubens, Wikimedia Commons

Impaurito dalla profezia/maledizione di Urano, tuttavia, Kronos, per sicurezza (beh certo!) iniziò a mangiarsi i figli – anche perché non poteva ucciderli visto che erano tutti immortali.

Ma anche Kronos dimenticò l’insegnamento che gli era stato impartito, ovvero che la mamma è sempre la mamma.

Rhea, infatti, disgustata dal marito, riuscì a salvare Zeus con un inganno: lo sostituì con una pietra che Kronos inghiottì in un sol boccone. Poi nascose il bimbo in Arcadia, grazie all’aiuto dei genitori Urano e Gea.

Cresciuto, Zeus attuò la sua vendetta. Assieme alla cugina Meti, una maga, riuscì a far bere una pozione magica a Kronos. Fu così che il Titano vomitò fuori tutti i figli, sani e salvi: Ade (il marito di Persefone), Poseidone, Hera, Estia e Demetra (la madre di Persefone, ricordate?).
Dopo questo episodio si scatenò la cosiddetta Titanomachia, ovvero la guerra dei Titani, per la conquista del Trono degli Dei.

Alcuni Titani si allearono con Kronos ed altri con Zeus.

Vi furono battaglie a dir poco epocali ed alla fine la guerra, come ben sappiamo, favorì Zeus, il quale buttò tutti i Titani ostili negli abissi del Tartaro. Tutti ad eccezione del buon vecchio babbo, Kronos, che finì nei campi Elisi, nonostante si fosse mangiato i figli ancora in fasce.

I genitori di Leto, purtroppo per loro, avevano parteggiato per Kronos.

 

LA FUGA DI LETO

A questo punto è ovvio che, con entrambi i genitori scaraventati nel Tartaro, Leto ed Asteria furono facili prede delle avances del baldo ed intrepido Zeus.
Il dio dapprima ci provò con Leto, che non voleva neanche sentirne parlare.

Ma, come si dice da noi, “daje e daje, la cipolle divente aje” (dai e dai la cipolla diventa aglio, ovvero: a furia di provare ottieni anche l’impossibile), Leto, col tempo, cedette.
Zeus fu buono e caro, fino a che non venne a sapere che la ragazza era rimasta incinta (non ci meravigliamo che sia il prototipo del maschio mediterraneo).
Preoccupato che Hera lo scoprisse (!?) la buttò in mezzo ad una strada.

Leto, gravida e sola, dovette cercarsi un posto dove riposarsi.
Nel frattempo, però, Hera venne a sapere del tradimento e della gravidanza, e le partì il neurone.

Ci sono diversi racconti mitologici che si intrecciano riguardo a questa nascita ma, di base, possiamo affermare che Hera lanciò contro Leto tutta una serie di maledizioni. In primis si narra che le abbia scatenato dietro il drago/serpente Python, protettore dell’oracolo della dea Gea, tanto che la povera Leto non ebbe più pace.
In secundis, le scagliò un anatema: nessuno, sulla terraferma (sia che fosse un continente o un’isola), le avrebbe potuto concedere asilo per permetterle di partorire.

Leto, così, iniziò a girovagare senza meta, disperata e prossima al parto.

 

 ASTERIA

Nel frattempo Zeus, affranto per Leto (!!!), iniziò a corteggiare sua sorella Asteria.

Preoccupata dalle avances di Zeus, si diede alla fuga. Il dio non si demoralizzò, si trasformò in aquila e la inseguì. Stanca di correre, anch’essa si trasformò in un uccello, in particolare in una quaglia.

fucino nascita apollo
“Giove e Asteria”, Marco Liberi, Wikimedia Commons

Purtroppo la trasformazione fu così repentina che non riuscì alla perfezione e, come una stella (asteri in greco vuol dire “stella”), precipitò nel mare e si trasformò in un’isola.
Questa, di conseguenza, prese il nome di Ortygia, ovvero l’isola delle quaglie (ortyx in greco vuol dire quaglia).

L’isola, tuttavia, non si radicò al suolo, ma in un certo senso continuò a fuggire da Zeus e proprio durante il suo vagare si imbatté nella sorella, stremata.
Asteria la prese su di sé, nonostante i timori per la maledizione di Hera, e permise a Leto di partorire.
In realtà Ortygia non poteva essere considerata “terraferma” perché non era in alcun modo ancorata alla terra, e così Hera la lasciò perdere. Inoltre sull’isola Python non poteva raggiungerla e Leto fu in salvo.

A quel punto tutte le dee più anziane arrivarono affannate sull’isola per verificare se il bambino (non sapendo che stavano per nascere dei gemelli) era o meno un dio. Tutte tranne Hera.

Già perché lei, non ancora placatasi, era rimasta a casa per circuire Ilizia, la dea del parto, così da convincerla a non aiutare Leto (altro che telenovela).

LA NASCITA DI ARTEMIDE ED APOLLO

Latona con i suoi bambini Apollo e Artemide, Francesco Pozzi, Wikipedia

Come si risolse la questione? Secondo alcuni, le dee regalarono ad Ilizia una bellissima collana d’oro, affinché adempisse ai suoi doveri di dea; per altri, gli dei regalarono ad Hera una collana d’ambra di ben nove metri, al fine di placarla e lasciar partorire Leto.

Quale delle due sia la “verità”, abbiamo capito (signori uomini) che per convincere una donna a fare qualcosa basta regalarle un (preziosissimo) gioiello!

Comunque sia andata, Leto, sostenendosi ad un palmizio, partorì prima Artemide, la dea della Luna, e poi, dopo 9 giorni (non voleva proprio uscire) Apollo, dio del Sole.
I bimbi, riconosciuti come divinità, furono subito nutriti con l’ambrosia (il nettare degli dei) e divennero grandi in pochi giorni.

Dopo la nascita di Apollo l’isola di Ortygia cambiò il proprio nome in Delo, ovvero la “risplendente” e grazie a Poseidone, fu ancorata al suolo sottomarino con quattro gigantesche colonne.

 

APOLLO E PYTHON

Le caratteristiche comuni ai due fratelli, oltre alla bellezza, erano la particolare aggressività nel punire i loro nemici e l’abilità nell’uso dell’arco.
Appena cresciuti, quindi, iniziarono a punire tutti coloro che avevano offeso o offendevano la madre (basti ricordare la strage dei niobidi). Primo su tutti Python.
Apollo, infatti, subito si precipitò alla ricerca del drago/serpente per ucciderlo.

La battaglia fu epocale, perché il drago era gigantesco. Ridotto in fin di vita, la creatura si rintanò nel suo covo, la grotta sacra dove risiedeva l’oracolo di Gea, ma a nulla servì.
Apollo lo scovò e lo terminò seduta stante a colpi di frecce.

 

Fin qui il mito, ora entriamo nel campo delle leggende, delle ipotesi, o forse della fantasia.

ORTYGIA ED IL FUCINO

Cosa c’entra il Lago del Fucino con la nascita di Apollo e Artemide, vi chiederete. Lo vediamo assieme.

Nel mondo esistono, per chi non lo sapesse, tre posti che portano il nome di Ortygia:

  1. l’isola sulla quale, il mito racconta, sono nati Apollo ed Artemide. In realtà si suppone che da quest’isola partirono i culti di queste due nuove divinità. L’isola fu poi rinominata DELO e crebbe fino a diventare sede di un governo antagonista a quello ateniese. Quando finì assoggettata ad Atene, gli ateniesi ordinarono la cd. “Purificazione” di Delo. Stabilirono che su di essa non si poteva più nascere o morire, e tutti i morti furono esumati e portati altrove. L’isola con il tempo divenne deserta, ed oggi è patrimonio dell’Unesco.
  2. l’isola situata nella parte vecchia di Siracusa. Qui erano venerati Apollo ed Artemide. Una delle ipotesi è che sia stata fondata dagli Etoli, una popolazione greca che venerava il dio Apollo nella città di Delfi.
  3. l’isola/penisola che nel medioevo era sita sul Fucino, ora è conosciuta come Ortucchio. Secondo alcuni traeva il nome dall’isola siracusana, perché come questa aveva l’aspetto di un’isola fortificata, circondata da mura che riflettevano la propria immagine sulle acque. Secondo altri, l’origine del nome deriverebbe dal latino “Ortus acquarum”, cioè “sorta/emersa dalle acque”.

Ipotesi

Ai tempi dei popoli italici e degli antichi romani, Ortygia si presentava proprio come l’isola dove nacquero i due gemelli divini: né terraferma né isola. Lasciatemi spiegare: l’isola non se ne andava certo in giro per il Fucino! Tuttavia, considerato che il Fucino era un lago irrequieto e che le sue acque si ritiravano o si innalzavano senza motivo apparente, il promontorio sul quale sorgeva Ortygia appariva ora come un’isola ora come una penisola. Questo potrebbe spiegare perché l’isola rievocasse, negli antichi, la mitica Delo, dove erano nati i due gemelli divini.

PYTHON 

Non voglio sapere quanti di voi hanno letto il titolo ed hanno pensato ad Harry Potter, quindi vado avanti!

Apollo uccide Python, Hendrik Goltzius, Wikipedia

Il mito vuole che Python fosse un drago/serpente che viveva a Delfi, nell’antro di una grotta sacra, dove custodiva l’Omphalon, una pietra con la quale gli uomini potevano comunicare direttamente con gli dei. Questo luogo era l’oracolo della dea Gea.

Quando Apollo chiese vendetta per la madre, lo scontro fu burrascoso. Abbiamo detto che Apollo, per uccidere Python, scese fin dentro le viscere della terra, scagliando contro la bestia le frecce forgiate da Efesto. Ma questo offese, non poco, la bisnonna Gea. Apollo, così, dovette chiedere perdono e purificarsi.

Purificatosi, il dio del sole, però, non volle mollare la presa sull’oracolo. Cercò il dio Pan e, circuendolo con il suo fascino, si fece rivelare tutti i segreti dell’arte divinatoria. Tornò a Delfi ed obbligò la sacerdotessa a profetizzare per lui e non più per Gea. La sacerdotessa, da qual momento, prese il nome di Pitia (da Python).

IL FUCINO ED IL FIUME PITONIO

Il Lago Fucino, come abbiamo già spiegato in altri articoli, era molto pericoloso perché aveva diversi immissari ma nessun emissario, quindi il livello delle acque era alquanto variabile e creava diversi disagi alla popolazione rivierasca.

fucino nascita apollo
Il Fiume Giovenco, Pescina

L’immissario più grande ed importante, anche per portata d’acqua, era il fiume Giovenco, che nell’antichità si chiamava Pitonio (da “Alessandra” di Licofrone).
Il Pitonio aveva la sua foce vicino Bisegna, in una località chiamata, non a caso, “Dragonara”.

Racconta Plinio il Vecchio “…il Pitonio, che passa attraverso il lago dei Marsi, il Fucino, vi scorre in modo che le sue acque non si mescolano con il lago”, forse per la differenza di temperatura tra i due. Quale che sia la realtà, non la conosciamo. Quello che sappiamo è che uno dei luoghi dove l’“ipotetico” fiume superficiale andava a morire era un inghiottitoio carsico sotterraneo, ora ancora visibile, che prendeva il nome di Os Pitoniae, vicino l’attuale Luco de’ Marsi.

Il fiume poi proseguiva nel sottosuolo, disperdendo le sue acque. Per alcuni, invece, il fiume  fuoriusciva vicino Subiaco, e dava vita alla fonte dell’Acqua Marcia (da “Naturalis Historia” di Plinio il Vecchio).

Successivamente, l’imperatore Claudio realizzò l’Incile del Fucino sotto il Monte Salviano, vicino ad Avezzano, poco lontano dalle pendici del colle San Pietro di Alba Fucens. Un vero e proprio emissario ipogeo (cioè un antro artificiale sotterraneo) i cui “Cunicoli di Claudio”, lunghi quasi 5 km, sono diventati, nel 1902, monumento nazionale.

 Ipotesi

Narra una leggenda che, oltre al fiume/serpente Pitonio, nelle acque del lago vi fosse un vero mostro lacustre, dalla forma di drago/serpente.
Licofrone (v. retro) chiamò il Fucino “Palude di Forco” come se al suo interno risiedesse il dio Forco divinità primordiale che rappresentava i pericoli nascosti nelle profondità marine, sposato a Ceto, un mostro marino, e padre della Medusa.

Come mai, quindi, fin dall’antichità si pensava che in questo lago vivesse un mostro marino stile Loch Ness?

La risposta è semplice. Molte navi spesso sparivano risucchiate da strani mulinelli senza lasciar nessun superstite. Questi grandi mulinelli apparivano e sparivano all’improvviso, facendo accrescere la fama del mostro. In realtà, forse, questi eventi erano imputabili agli effetti dei vari inghiottitoi carsici presenti nel lago ma nell’ignoranza popolare erano imputabili facilmente ad una creatura subacquea.

Sta di fatto che i Marsi recavano sui loro scudi una figura, un simbolo a forma di Chimera molto simile ad un Drago, forse per rievocare questo mostro o forse per ricordare il Fiume Pitonio. Il simbolo fu poi ripreso anche dai Conti di Celano (Jacovella di Celano), nel loro stemma.

E’ suggestivo pensare che i Marsi onorassero il fiume sacro Pitonio, un fiume che scorreva sinuoso nel Fucino come un serpente, fino a “morire” nell’Incile creato dall’Imperatore Claudio, nelle viscere della terra proprio come moriva l’antico drago/serpente della mitologia.

APOLLO, ARTEMIDE ED IL FUCINO

il fucino e la nascita di apollo
Diana, la Cacciatrice“, Guillaume Seignac, Wikimedia Commons

Alba Fucens è ora un sito archeologico a cielo aperto, ma in passato altro non era che una bellissima città romana posta ai piedi del Monte Velino.
La città sovrastava il lago (non a caso prende il nome di alba – altura) ed era circondato da tre colli: il colle di S. Pietro, dove troviamo la Chiesa di San Pietro in Albe (ex Tempio di Apollo), il colle di S. Nicola (dove si trova il Castello degli Orsini) e il colle Pettorino,

In passato, sui due colli gemelli posti a sud della città (Pettorino e San Pietro), esistevano due templi molto importanti.

Del primo, il tempio di Apollo (in alcuni casi chiamato di Apollo e Diana/Artemide), abbiamo diversi resti, emersi da sotto la Chiesa di San Pietro a seguito del terremoto del 1915.
Del secondo, posto sul colle di Pettorino, sembra essersi persa ogni traccia.

Ipotesi

Alba Fucens è sovrastata, a Sud, da due colline sulle quali gli albensi avevano costruito due templi molto importanti. Possiamo quindi chiudere gli occhi ed immaginare che la colonia romana avesse dedicato un tempio ad Apollo (colle San Pietro) ed uno ad Artemide (colle Pettorino), dea della caccia e dei boschi.

Due templi gemelli per due divinità gemelle, su due colline gemelle a picco su un lago così grande da “sembrare un mare” (da “Geografia” di Strabone).

Un “mare” su cui sorge un’isola – che proprio un’isola non è, ma non è neanche terraferma -, chiamata Ortygia dove si narra nacquero le due divinità, e dove scorre sinuoso un fiume che muore sottoterra, di nome Pitonio, come il mostro ucciso da Apollo.

MITO, LEGGENDA, IPOTESI

Guardando tutti questi elementi assieme, non sembra anche a voi che nella piana del Fucino, il mito si intrecci con la realtà?

E’ possibile, quindi, che i Romani, i Marsi, gli Equi e gli altri popoli italici avessero culti simili e che abbiano voluto dare forma ai loro miti assegnando il loro nome a luoghi reali.

 

E LETO CHE FINE HA FATTO?

Beh! Dopo che Hera sbollì la rabbia, Leto divenne un personaggio secondario, salendo sull’Olimpo e rimanendo in disparte. Ogni tanto si parla di lei solo per ricordare alcuni episodi particolari, a voler ricordare che “la mamma è sempre la mamma” o, nel caso, “guai a chi tocca a mammà”.

Già, perché Apollo ed Artemide furono spietati con chiunque (divinità o umano), offendesse in qualunque modo la loro mamma.

TITYOS

Oltre che da Python, infatti, Leto fu aggredita anche da Tityos (Tizio – non quello di Caio e Sempronio!).

Tityos – Jusepe de Ribera, Spagnoletto, Wikipedia

Tityos era un altro dei figli illegittimi di Zeus. Come al solito il dio aveva messo gli occhi su Elara, una mortale. Appena seppe che era rimasta incinta, almeno stavolta, non la mollò ma cercò di nasconderla ad Hera. Purtroppo il bimbo crebbe a dismisura ed uccise la donna spaccandole in due il ventre. Zeus allora lo prese e lo fece crescere nel grembo di sua madre Gea.

Fattosi adulto, Hera lo usò contro Leto, scatenandoglielo contro.

Apollo ed Artemide, corsi in aiuto della madre, lo massacrarono di frecce. Zeus ne prese atto e lo scaraventò nel Tartaro, condannandolo a vedersi mangiare il fegato da due avvoltoi, ogni giorno, per l’eternità.

NIOBE

Niobe con i suoi figli, Solomon J. Solomon – V. Crediti

Chiudiamo con una storia di un’altra mamma: quella, più tragica, di Niobe, regina di Tebe e moglie di Amphion (Antiope), nonché figlia di Tantalo e sorella di Pelope.

Se perdere un figlio è un dolore immenso, perderne 13 tutti in una volta è sicuramente un evento scioccante.

Racconta Ovidio (nelle “Metamorfosi”), che Leto aveva chiesto alle donne di Tebe di accendere dell’incenso nel suo tempio. Niobe, a quel punto, si presenta nel bel mezzo della cerimonia e insulta la dea, vantandosi del fatto di avere quattordici figli, sette maschi e sette femmine, a fronte dei due di Leto (ma… vorrei dire… ne avrà avuti pure solo due ma erano due divinità… statti quieta no?).
Per punire questa insolenza (appunto), Leto chiese ad Apollo e Artemide di vendicarla.

E che te lo vuoi far ripetere due volte?

I buoni e cari gemellini le sterminano la famiglia! Apollo uccise i suoi figli e Artemide le uccise le figlie.

Cosa successe dopo è descritto in diversi miti, ma di fatto il marito Amphion (anch’esso figlio di Zeus) si uccise e Niobe, distrutta dal dolore, fuggì nella sua città natale. Qui scoppiò in un pianto senza fine. Con il tempo divenne roccia e le sue lacrime continuarono a sgorgare fino a divenire un corso d’acqua.

La formazione rocciosa che si pensava essere Niobe, in Turchia, è anche conosciuta come “Roccia piangente”, poiché l’acqua piovana filtra attraverso il suo calcare poroso e scende da quelli che appaiono gli occhi.

Questo mito colpi così tanto gli antichi e gli artisti del rinascimento, che fu spesso rappresentato.

Oggi, negli Uffizi a Firenze, troviamo un’intera sala dedicata a Niobe ed ai suoi figli, “la Grande Sala della Niobe” con dodici statue che li rappresenta.

Le statue vennero trovate durante degli scavi a Roma, nel 1583, presso porta San Giovanni. L’allora cardinale Ferdinando de’ Medici le comprò per la sua villa romana; in seguito, alla fine del 1700, le sculture giunsero a Firenze, dove ora le possiamo ammirare riunite assieme.

Questo è tutto per oggi e, insomma… menomale che le similitudini tra il Fucino e la vita di Apollo finiscono con Ortygia e Python!

Bye bye!

 

BIBLIOGRAFIA

“Marsica: guida storico-archeologica”, Giuseppe Grossi, Aleph
“Il paese della memoria – Storia di San Sebastiano dei Marsi”, Ermanno Grassi e Pino Coscetta, Ed. Tabula Fati
“I miti del mondo classico” (Fabulae), Igino L’Astronomo, Ed. Mondadori
“Biblioteca”, (Pseudo-)Apollodoro, Ed. Feltrinelli
“Le Dionisiache”, Nonno di Panopoli, Ed. Adelphi
“Teogonia”, Esiodo, Ed. Bur

 

Crediti

Foto in evidenza: “Latona con i suoi figli, Apollo ed Artemide”, William Henry Rinehart, di pubblico dominio (sito https://www.metmuseum.org/art/collection/search/20012287)
“Niobe con i suoi figli” Salomon J. Salomon, accreditato a Internet Archive ed all’Università di Toronto

 

 

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