Sant'Antonio di Padova e Serramonacesca
Di chi si lu fije,  Si, Viaggiare

SANT’ANTONIO DI PADOVA E SERRAMONACESCA

L’esempio della vita dev’essere l’arma di persuasione;
getta la rete con successo solo chi vive secondo ciò che insegna.

Sant’Antonio di Padova

 

SANT’ANTONIO DI PADOVA

Iniziamo subito con una premessa, Sant’Antonio non è “da” Padova ma è “di” Padova. No, non scherzo! 😉

Il suo vero nome era Fernando Martins de Bulhões e nacque a Lisbona nel 1195, per questo è conosciuto sia come Sant’Antonio da Lisbona che come Sant’Antonio di Padova.

Sant’Antonio è un santo molto amato in tutto il mondo, grande teologo ma uomo semplice e saggio. Eppure, forse, pochi conoscono la storia della sua vita o di tutti quei miracoli compiuti in giro per l’Europa, tanto da essere canonizzato a neanche un anno dalla propria morte.

La vocazione

Divenuto novizio agostiniano appena quindicenne, rimase affascinato dalla figura di San Francesco d’Assisi, anche se non aveva mai avuto modo di vederlo personalmente.
Tutto ebbe inizio quando, nel 1219, San Francesco mandò una spedizione di frati in Africa, per convertire i mussulmani, ma poco dopo i loro corpi furono rimandati indietro decapitati. I loro resti sono oggi venerati nella chiesa di Santa Cruz a Coimbra.

Sbalordito di tanta dedizione, il giovane Fernando decise di diventare francescano, cambiando il suo nome in Antonio, in onore di Sant’Antonio Abate (256-356 d.C.), e nel 1220 iniziò la sua opera di conversione in Marocco. Qui, tuttavia, contrasse una malattia tropicale, forse la malaria, che lo portò a ritornare quasi subito in patria.

Il Cammino di Sant’Antonio
SANT’ANTONIO DI PADOVA E SERRAMONACESCA
Sant’Antonio di Padova e San Francesco d’Assisi – di Friedrich Pacher Museum of Fine Arts, Budapest

Nel 2021 si festeggiano gli 800 anni del Cammino di Sant’Antonio, ovvero il lungo tragitto che Sant’Antonio percorse, nel 1221, per conoscere San Francesco d’Assisi .
Oggi è noto anche un “altro” cammino di Sant’Antonio, quello che il santo compì il 13 giugno 1231 per tornare a Padova, nel momento in cui si accorse che stava per morire.

Ma vediamo come andò.

Nel 1221 Sant’Antonio, mentre tornava dal Marocco diretto a Lisbona, subiva un naufragio e approdava, sano e salvo, sulle coste della Sicilia. Proseguiva poi per Capo Milazzo fino ad essere accolto nel convento di Messina.
Qui venne a sapere che San Francesco, per la Pentecoste, aveva indetto un Capitolo Generale dei francescani proprio ad Assisi, così Antonio decise di parteciparvi, risalendo tutta l’Italia a piedi.

Secondo alcune leggende serresi, sembrerebbe che Antonio sia passato anche per “Serra Monicesca“, forse per trovare ristoro, durante il tragitto, presso la grande e famosa Abbazia di San Liberatore, e da ciò nascerebbe la loro grande devozione per il santo.

La strada fu lunga ed impervia ma alla fine, il 30 maggio, Antonio arrivava a destinazione.

In questa occasione, Antonio poté finalmente vedere ed ascoltare San Francesco ed, anche se i due non si conobbero mai personalmente, il loro sarà un rapporto di reciproco rispetto.
San Francesco gli concederà l’opportunità di creare la prima scuola di teologia francescana della storia, a Bologna, e lo invierà nel sud della Francia con l’intento di convertire gli eretici catari e albigesi.

Il martello degli eretici
Sant'Antonio di Padova e Serramonacesca
Effigie di sant’Antonio da Padova circondata da dieci riquadri con le storie di alcuni miracoli del santo – Anonimo Padovano – British Museum

Sant’Antonio era un predicatore eccezionale, incantava qualsiasi platea, dai prelati agli eretici, utilizzando esempi semplici ma ricchi di significato teologico.

Durante le sue predicazioni compì svariati miracoli, come la bilocazione, quando a Montpellier predicò in due posti differenti contemporaneamente, oppure quando ad Arles apparve San Francesco benedicente, con le stigmate appena ricevute.
Ma non accadde solo in Francia.

A Roma predicò ai pellegrini stanziati ai piedi di San Pietro, nella Civitas leonina, in tutte le lingue del mondo. Si racconta, infatti, che ogni pellegrino, di qualsiasi provenienza fosse, comprese la predica del santo come se gli stesse parlando nella sua lingua madre, contemporaneamente a tutti i presenti.

I suoi miracoli e la sua eloquenza portarono a moltissime conversioni. Sant’Antonio non smetteva mai di portare fedeli al suo gregge, tanto che questo gli valse il nome di “Martello degli eretici”.

Il miracolo eucaristico di Rimini

Rimini era un città piena di eretici patarini e qui Sant’Antonio è ricordato per ben due famosissimi miracoli.
Il primo miracolo fu quello dei pesci.

SANT’ANTONIO DI PADOVA E SERRAMONACESCA
Sant’Antonio predica ai pesci di Francisco de Herrera el Viejo – Detroit Institute of Arts

In città fu ordinato alla popolazione di non prestare in alcun modo attenzione al frate che stava sopraggiungendo. In piena solitudine, con le chiese e le strade vuote, Antonio non si scoraggiò, arrivò al mare ed iniziò a predicare ai pesci. E così, come San Francesco parlava agli uccelli, così Sant’Antonio ebbe una platea di pesci tutti raccolti in riva al mare, ad ascoltarlo, con la testolina fuori dall’acqua. Tutti tranne alcuni, che rimasero fissi al fondo. Da quel giorno quel tipo di pesce è chiamato “paganello”!

A Rimini, poi, avvenne un altro miracolo, quello della mula.

Durante le predicazioni, Sant’Antonio fu sfidato da un eretico di nome Bonovillo (o Bonvillo), a dimostrare che l’eucarestia fosse veramente il corpo di Cristo.
L’uomo avrebbe rinchiuso la sua mula, senza cibo, all’interno della stalla per tre giorni. Al terzo giorno avrebbe portato la mula fuori e le avrebbe fatto scegliere tra la biada e l’eucarestia. Se la mula avesse scelto la seconda, lui si sarebbe convertito.

Ebbene la mula, appena uscita, si diresse verso l’eucarestia e si inginocchiò, di fronte agli occhi stupiti di tutti gli astanti.

Oggi in quel luogo sorge un piccolo tempietto dedicato al miracolo.

Ad ogni modo, i suoi miracoli furono tanti, sia in vita che dopo morto, e così tantissimi artisti si sono cimentati nelle loro varie rappresentazioni, come ad esempio Tiziano, che ha affrescato il ciclo dei Miracoli nella “Scuola di Sant’Antonio” a Padova (ad es. “Il miracolo del marito geloso”) o Donatello che rappresentò, in un basso rilievo di bronzo, il miracolo della mula.

 

I SIMBOLI ICONOGRAFICI

Sappiamo tutti che i santi hanno dei proprio segni distintivi.
I simboli iconografici nascevano per aiutare la povera gente a comprendere subito quale santo avesse di fronte. Gli affreschi, le sculture ed i bassi rilievi erano, infatti, la bibbia dei poveri analfabeti e dovevano essere quanto mai comprensibili.

Sant’Antonio ha due simboli che lo contraddistinguono particolarmente: il giglio ed il piccolo Gesù Bambino in braccio.

 

1.Il giglio

Sant'Antonio di Padova e SerramonacescaIn uno dei testi di Sant’Antonio si legge questo passo:

12. Senso Morale. Considera che nel giglio ci sono tre proprietà: il medicamento, il candore e il profumo. Il medicamento si trova nella sua radice, il candore e il profumo nel fiore. E queste tre proprietà raffigurano i penitenti, poveri nello spirito, che crocifiggono le membra con i loro vizi e le loro concupiscenze, che custodiscono l’umiltà nel cuore per soffocare l’impudenza della superbia, il candore della castità nel corpo e il profumo della buona fama.

Essi sono detti gigli del campo, non del deserto, e non del giardino. Nel campo sono indicate due cose: la sodezza della santità e la perfezione della carità. “Il campo è il mondo” (cf. Mt 13,38): per il fiore, resistere nel campo è tanto difficile quanto meritorio. Fioriscono nel deserto gli eremiti, che si mettono al riparo dall’umana compagnia. Fioriscono nel giardino recintato i claustrali, che sono tutelati dalla vigilanza umana. Ma è molto più meritorio (eroico) che i penitenti riescano a fiorire nel campo, cioè nel mondo, dove tanto facilmente si distrugge la duplice grazia del fiore, vale a dire la bellezza della vita santa e il profumo della buona fama”.

In parole povere, il penitente segue le regole di Dio vivendo in mezzo agli altri e questo rende il suo compito più arduo. Questo fiore, quindi, rappresenta la purezza del Santo, il suo modo di vivere, sempre in mezzo alla gente per convertire gli eretici, e la sua lotta contro il male, perché Sant’Antonio fu anche un esorcista.

Il “brevetto” di Sant’Antonio

Sant’Antonio, o almeno una sua apparizione, creò, infatti, una breve formula per scacciare il demonio e le tentazioni. Il Santo apparve ad una donna portoghese che era spesso aggredita dal demonio, e le recitò questa formula. Da allora, grazie all’ordine dei francescani, questo “Breve” (“brevetto”) di Sant’Antonio si diffuse in tutto il mondo. Il Papa francescano Sisto V lo fece scolpire sul basamento dell’obelisco portato a Roma da Caligola (e sotto al quale fu ucciso San Pietro), che oggi campeggia nella piazza della Basilica.

Il motto è questo:

ECCE CRUX DOMINI –

FVGITE PARTES ADVERSAE

VICIT LEO DE TRIBV IVDA, RADIX DAVID!

ALLELUIA, ALLELUIA

 

Semplicemente il motto dice più o meno questo: “Ecco la croce del Signore, fuggite spiriti maligni, Gesù il Re vittorioso di Israele, figlio di David, ha vinto! Alleluia, Alleluia”.

 

  1. Gesù Bambino

SANT’ANTONIO DI PADOVA E SERRAMONACESCASant’Antonio è sempre rappresentato con in braccio il piccolo Gesù Bambino. Questa immagine nasce dal racconto del Conte Tiso VI da Camposampietro, narrato dopo la morte del santo.

La storia vuole che Sant’Antonio fosse molto stanco delle predicazioni che aveva ininterrottamente tenuto in quel periodo, così cercò un luogo dove riposarsi in solitudine.
Il Conte Tiso lo invitò nei suoi possedimenti di Camposampietro e Antonio, camminando per i boschi, vide un gigantesco albero di noce che lo incantò.
Chiese così al Conte di fargli costruire una piccola celletta dove potersi riparare e pregare, e da allora, ogni giorno, Antonio si ritirava lì, per poi rientrare nel monastero la sera a dormire.

Una sera, mentre il Conte passeggiava per i suoi terreni, vide che la porta della celletta era socchiusa e dal suo interno fuoriusciva un forte luce.
Si avvicinò di corsa, pensando ad un incendio, ma aperta la porta rimase sconvolto da ciò che vide. All’interno c’era Sant’Antonio avvolto nella luce divina, con in braccio un piccolo bambino, che riconobbe essere Gesù Bambino. Quando l’apparizione sparì, il santo lo pregò di non rivelare a nessuno quanto aveva visto.

Oggi quell’albero non c’è più, però al suo posto troviamo un piccolo santuario, chiamato il Santuario del Noce, circondato da tanti tigli e noci, dove al suo interno sono stati affrescati i più importanti miracoli di Sant’Antonio.

 

IL MIRACOLO DEL PANE

Uno dei miracoli più famosi di Sant’Antonio, post mortem, tuttavia, è il miracolo del pane.

Nel libro dedicato alla sua vita, l’“Assidua”, si narra la storia di una donna che aveva lasciato suo figlio di venti mesi a giocare con una tinozza piena d’acqua. Il bambino, forse per inseguire la sua immagine riflessa, cadde riverso nella tinozza, a testa in giù, ed essendo piccolo, non riuscì a rimettersi dritto, morendo annegato.

Al suo ritorno la donna iniziò a gridare disperata finché non decise di pregare Sant’Antonio, offrendogli un voto: se il figlio fosse tornato in vita, avrebbe donato ai poveri, ogni anno, tanto grano quanto pesava il suo bambino.
Poco dopo il piccolo Tommasino riprese a vivere miracolosamente.

Da quel giorno ogni genitori iniziò a donare pane ai poveri secondo il «pondus pueri», ovvero in base al peso del bambino, o meglio, il peso dei loro bambini, chiedendo, per loro, la  protezione del santo.

 

SANT’ANTONIO DI PADOVA E SERRAMONACESCA

Sant'Antonio di Padova e Serramonacesca
Sant’Antonio nella Chiesa di Serramonacesca

A Serramonacesca, dove Sant’Antonio è il santo protettore, è celebrato con la processione del pane.

La processione si svolge sempre rispettando il numero 13, il numero che in tutto il mondo, anche nella Smorfia Napoletana, individua Sant’Antonio, visto che è il giorno della sua morte (il 13 è anche un amuleto abruzzese molto famoso, vedi qui).

In passato, oltre a festeggiare il 12 giugno l’altro santo protettore del paese, Sant’Onofrio, il 13 si festeggiava anche Sant’Antonio Abate.
Sant’Onofrio veniva celebrato a Serra Monicesca da quando alcuni frati si insediarono nell’omonimo eremo posto lì vicino (l’Eremo di Sant’Onofrio), verso l’VIII secolo. In seguito divenne Santo Patrono quando i frati benedettini (a lui molto devoti) si insediarono a San Liberatore.

Questa festa ha radici profonde, infatti celebrava l’inizio dei pascoli estivi e delle coltivazioni ortofrutticole, e visto che “i due Sant’Antonio” sono protettori degli animali e delle messi, non poteva che essere una delle feste più importanti.

I paggetti

La festa si svolge sempre allo stesso modo, con una piccola modifica apportata circa una cinquantina di anni fa. Un signore del paese, di cui purtroppo non siamo riusciti a reperire il nome, volle far seguire la banda da 13 piccoli paggetti. La scelta del numero 13 in realtà potremmo dire che fu casuale, quanto predestinata. Si racconta, infatti, che questo signore ogni volta che andava in giro a comprare i vari pezzi della “divisa” ne reperisse sempre 13 , nè più nè meno, come a voler dire che il santo ne era contento.

La divisa del paggetto è composta da un cappellino nero ed il pennacchio bianco, una piccola mantella, sempre nera con l’interno rosso. Il vestito è bianco, composto da una camicia bianca, coi polsini e colletto con volant, e da un pantalone ed un gilet tutto ricamato, a mò di broccato. Alla cinta recano una cinta rossa dove viene attaccata una piccola spada dall’elsa dorata. E vi assicuro che è molto bello vedere questi bimbi, così fieri, sfilare dietro la banda.

La processione

Sant'Antonio di Padova e SerramonacescaTorniamo alla festa. La processione è aperta dalla banda del paese. Dietro a questa troviamo i 13 bambini vestiti da paggetti. Seguono, infine, 13 ragazze, vestite in abiti tipici abruzzesi (gonne bianche e nere con bande rosse in basso, camiciola bianca e scialle nero sulle spalle). Le giovani, disposte su due file, recano in testa altrettanti cesti strapieni di pane, portati sul capo, con destrezza, appoggiandoli sopra la cercine, un panno attorcigliato a forma di ciambella che rende stabile il trasporto.

Il corteo giunge alla Chiesa di Santa Maria Assunta ed i cesti vengono lasciati ai piedi dell’altare, affinché il parroco benedica il pane.

Finita la messa, le ragazze prendono le ceste e, seguendo la banda per tutto il paese, vanno di casa in casa per distribuire il pane di Sant’Antonio, dietro una piccola offerta.

Forse solo con il Covid è cambiato appena appena qualcosa, ma per i serresi Sant’Antonio non si tocca!

Sant’Antoniucce

Qui a Serramonacesca, infatti, viene ricordato ben due volte: il giorno di Sant’Antonio, assieme a Sant’Onofrio, e la prima settimana di settembre, assieme alla festa di San Liberatore (il Salvatore), quando si celebra la “Festicciola” o “Sant’Antoniucce”.

Questa seconda festa trae origine anch’essa da un’antica usanza legata all’Abbazia, però celebrata il 14 settembre, per la Festa di San Liberatore.
All’epoca i coloni dovevano pagare all’Abbazia le cd. decime: i coloni dovevano, cioè, “tributare” un decimo del loro raccolto alla Chiesa, ed era usanza che queste decime venissero esposte di fronte a tutti, appoggiandole sulle mura della chiesa stessa.

“Lu majie”, l’omaggio

Decaduto l’obbligo di versare le decime, l’usanza è rimasta, anzi è raddoppiata, infatti si usa fare gli omaggi per entrambe le feste settembrine, anche se i serresi prediligono la “festicciola”.

A Serramonacesca, in questa giornata, gli abitanti presentano un dono, chiamato “lu majie”, l’omaggio. Questo è realizzato con un grande ramo dritto, con due o tre biforcazioni (tipo Y), o delle conocchie, forse di antichi telai, decorato con paglia ed altro, ai quali vengono poi appesi formaggi, prosciutti, salumi, cacciagione, e così via. Chiunque può ammirarli prima dell’asta, mentre fanno bella mostra di sé appoggiati al muro della Chiesa di Santa Maria Assunta.

Ogni omaggio viene poi messo all’asta, grazie all’aiuto di un battitore che tira il prezzo più alto.

Ad ogni modo, queste festività sono molto sentite dai serresi, che attendono, in trepida attesa, la loro piccola pagnottella di Sant’Antonio per condividerla con la famiglia e gli amici.

 

Bye Bye

 

Bibliografia

Un santo per ogni campanile- Il culto dei santi patroni in Abruzzo – Volume 5“, scritto da Maria Concetta Nicolai, Menabò srl

Per approfondire

https://it.wikipedia.org/wiki/Scuola_del_Santo 
https://it.wikipedia.org/wiki/Miracolo_del_marito_geloso
https://reliquiosamente.com/2016/05/29/santantonio-di-padova-i-miracoli-le-reliquie-e-la-malavita/
https://digilander.libero.it/raxdi/miraa.htm
https://www.papaboys.org/il-dono-della-bilocazione-di-santantonio-da-padova/
https://www.santantonio.org/it/miracoli

 

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