Cilento
Little Italy,  Si, Viaggiare

Santa Maria di Castellabate ed il Cilento

L’estate 2020, dopo la prima ondata di Covid, l’abbiamo passata limitando i nostri spostamenti all’interno dell’Abruzzo o, comunque, in Italia. In uno di questi viaggi abbiamo visitato il Cilento e Santa Maria di Castellabate, terre ricche di misteri e leggende, ma anche di prelibatezze culinarie.

Santa Maria di Castellabate ed il CilentoAdoriamo il Cilento e veniamo spesso qui per visitare Acciaroli, Agropoli e, se riusciamo, facciamo un salto anche a Paestum. Possono bastare anche quattro giorni per visitare questi luoghi, dove si percepisce una grande tranquillità e ci si può rilassare di fronte ad un meraviglioso tramonto.

Castellabate la ricorderete sicuramente se avete visto il film “Benvenuti al Sud”. Il film è ambientato nella città alta, dove alcuni locali della piazza furono riadattati per le riprese, ma svariate scene sono state girate anche a Santa Maria. Questa frazione di Castellabate offre una lunga passeggiata vista mare, e vi possiamo trovare diversi edifici medievali e settecenteschi, spesso riadattati a strutture di villeggiature di notevole pregio.

Santa Maria di Castellabate

Santa Maria di Castellabate ed il Cilento
La Pagliarola – Santa Maria di Castellabate

Santa Maria fungeva da porto commerciale fin dall’antichità. Protetta contro gli attacchi saraceni da possenti torri medievali, ne ritroviamo una che fa bella mostra di sé al centro del paese: la Torre normanno-aragonese della Pagliarola, annessa al Palazzo Perrotti, ora divenuto una casa vacanze.

Proprio di fronte, dall’altro lato della piccola spiaggetta centrale, troviamo il Palazzo Iaquinto, altra struttura settecentesca ora trasformata in un hotel, organizzato in svariati miniappartamenti belli e spaziosissimi, dotati di tutti i confort tra i quali uno che non ha prezzo!

Dai vostri appartamenti, infatti, potete prendere l’ascensore e scendere direttamente in spiaggia. Dai balconcini, poi, si gode la vista del mare mentre venite coccolati dallo sciabordio delle onde.

In spiaggia trovate ombrelloni e lettini per prendere il sole, e quando avete fame, al posto dello stabilimento, troverete bar, gelaterie ed una cuopperia, che vi rifocillerà con i piatti tipici del luogo, come il pane biscottato all’acquasale o un bel cuoppo di gamberi e paranza. Per chi non lo sapesse, il cuoppo è un cono di carta paglia, che viene riempito di fritti di ogni tipo, dalle patatine al pesce.

Giorno 1

Venendo dall’Abruzzo, la vacanza inizia già durante il viaggio. Scegliamo la via più breve, che passa da Benevento. Qui ci fermiamo sempre al ristorante – barra – paninoteca – barra – Caseificio Prozzo, sulla SS87, a Sepino (CB).

Molise
Crocchetta alla porchetta

Qui si può mangiare di tutto; cucinano divinamente qualunque prodotto caseario elargendo porzioni mastodontiche, inimmaginabili anche per noi che veniamo da poco più su! In più, se volete, farciscono panini al momento ed hanno crocchette e supplì di ogni tipo, anche alla porchetta, con l’aspetto da musetto di maiale.

Proseguiamo fino a Salerno e prendiamo la litoranea, così passiamo anche per Paestum, giusto per rifarci gli occhi.

L’albergo di Santa Maria di Castellabate è in pieno centro. Pochi i parcheggi gratuiti, molti a pagamento, ma le macchinette per i ticket sono un inferno, vi avviso.

La struttura è molto carina. Il proprietario ci illustra tutti i posti dove possiamo andare a mangiare (a suo nome), lasciare l’auto (a suo nome) e dove prendere l’ombrellone (sempre a suo nome) e mentre facciamo il check-in, iniziamo a guardarci intorno. Il palazzetto mantiene ancora qualche arredo di fine ‘800, come un pianoforte con annessi candelabri in ferro, ed ogni stanza è decorata con gigantografie di paesaggi nei quali spiccano svariate sirene.

Lì per lì, liquido il tutto ascoltando una frase di mio marito, il solito “pragmatico”, che dice “siamo al mare, ed al mare si sa che ci sono le sirene, per quello ci sono tutte queste foto”.

“Mmmmm”, penso io, l’affermazione mi lascia perplessa perchè… beh anche noi viviamo in una città di mare e tutte queste sirene non ci sono… ma, stanca del viaggio e desiderosa di andare a rifocillarmi, accetto la massima maritale e abbandono i miei dubbi.

La cena era buonissima.
Se vi chiedete dove andare a mangiare a Santa Maria di Castellabate non posso che suggerirvi il ristorante “Il Cantuccio”, nella piazzetta principale.

Dopo i controlli di rito (temperatura ed altro) abbiamo iniziato a vedere il menù. Per primo c’era “Paccheri, crema di zucca e cozze”: una cosa pazzesca, un sapore buonissimo. Ovviamente mio marito si è buttato sulla pizza, mangerebbe solo quella, oltre ad un piatto di “zucchine alla scapece”.

 

Dopo cena “struscio” per il corso, per smaltire un po’ la cena, e dormita.

Giorno 2

Il Suggeritore – Donato Carrisi

Il giorno dopo: MARE, solo MARE, esclusivamente MARE, passato sotto l’ombrellone a leggere sul mio Kindle, “Il Suggeritore” di Donato Carrisi, ed a scottarmi a chiazze di leopardo!

Alla fine della giornata eravamo due gamberi rosso fuoco, ma ne valeva la pena.

E mentre tornavamo in camera, mi sono tornate alla mente le sirene. Tutte queste immagini di sirene non possono essere solo una consuetudine, e penso, stupidamente che forse “c’è una statua, come in Danimarca?” Allora apro Internet, inizio a cercare e finalmente scopro la verità.

Avevo dimenticato dove eravamo.

Il Cilento faceva parte della Magna Grecia, la patria della mitologia e culla della filosofia.
Chi, meglio dei greci, sapeva dare, con il mito, una spiegazione a tutto?

Quindi, prima di proseguire con il nostro viaggio, daremo una spolveratina ad un po’ di “Epica”.

Le Sirene

Tutti conosciamo queste mitiche creature, o meglio, pensiamo di conoscerle, ma così non è. Scommetto che le immaginate come esseri metà donna e metà pesce, ma in realtà, nell’antica Grecia, non avevano questo aspetto, infatti erano metà donne e metà… uccelli.

Mito delle sireneCi sono diverse leggende sulla genesi delle Sirene, e si presume che quella originale sia legata, in qualche modo, al mito della primavera.

In origine le sirene erano tre ninfee, Parthenope, Leucosya e Lygea, figlie di Calliope, la Musa della Poesia, il cui nome significava “dalla bella voce”.

Le ragazze erano amiche di Kore, una fanciulla figlia della dea Demetra e di Zeus. Un giorno, mentre erano a passeggio insieme, Kore fu rapita dal dio degli Inferi, Ade, follemente innamorato di lei.

Le ninfee nulla poterono per salvarla, e così, disperate, corsero da Demetra. Fu forse per via della sua ira, o furono le stesse fanciulle a chiederlo per poter cercare meglio la loro amica, ma tanto fu che la dea le trasformò, per metà, in uccelli.

Nacquero così le sirene.

Ade, Demetra e Kore sono i protagonisti del mito greco legato alla nascita delle stagioni ed, in particolare, alla primavera. Ma questa è un’altra storia, se vuoi approfondirla ti consiglio di leggere un’altra mia pagina.

Santa Maria di Castellabate
Ulisse e le Sirene -1909 – Herbert James Draper

Ma cosa accomuna Castellabate alle sirene?

Le tre sirene, non riuscendo a trovare l’amica, un giorno scesero anche negli Inferi, e questo segnò per sempre il loro già non roseo destino.

Per punizione furono trasformate in terribili divinità infernali, con il preciso compito di occuparsi dei naviganti che passavano vicino alle loro terre, portandoli verso la morte grazie alla loro melodiosa voce, ereditata dalla madre.

E vissero così, fino a quando non furono superate dal “prode” Ulisse, che passò indenne attraverso il loro canto e le loro terre. Lo smacco fu tale che le tre creature si diedero la morte buttandosi in acqua e lasciandosi morire come gli uomini che avevano ucciso.

Ed a questo punto il racconto epico si trasforma in leggenda. Si narra, infatti, che i corpi delle tre sirene raggiunsero la terra ferma e furono sepolti in tre grandi  città, cosicché nessuno più si dimenticò di loro.

sirena
Fontana della Spinacorona (detta “delle zizze”) – Napoli

Il corpo di Parthenope, finì sulla coste campane e sulla sua tomba eressero un tempio. Intorno ad esso, infine, crebbe una grande città che prese il nome di “Neapolis”.

Il corpo di Lygea, giunse fino in Calabria, presso la città di Terina. Qui gli abitanti ebbero pietà del suo corpo e lo seppellirono sulla spiaggia, presso le rapide dell’Ocinaro.

Il corpo di Leucosya, infine, fu martoriato dalle rocce e si spezzò in due.

Una parte approdò sulle coste di Poseidonia, una grande città della Magna Grecia, che ben presto cambiò il suo nome in Paestum. Qui la sua tomba fu venerata per secoli.

Santa Maria di Castellabate ed il Cilento
Punta Licosa – Castellabate

L’altra parte finì leggermente più a sud, in un luogo che oggi conosciamo come Punta Licosa, uno scoglio sito nella frazione di San Marco di Castellabate, nonché affascinante meta turistica.

Ed è per questo che ancora oggi, a Castellabate, ci sono molti monumenti ed opere d’arte che ricordano le sirene ed il passaggio di Ulisse.

Ma la giornata non si è certo esaurita qui.

Angelo Vassallo e Acciaroli

Dopo tante elucubrazioni ci viene fame. E’ ora di cena, e così decidiamo di andare ad Acciaroli, dove prenotiamo al ristorante “Boccaccio”, ma il centro del paese è pieno di ristorantini. Da Santa Maria proseguiamo verso sud, seguendo la “Via del mare”, costeggiando un tramonto spettacolare. Il sole era un’enorme palla infuocata che si nascondeva dietro un promontorio, tuffandosi in un limpidissimo mare blu.

Abbiamo avuto modo di conoscere il borgo costiero di Acciaroli, bellissima frazione di Pollica, tramite un’amicizia di mio marito, il dott. Dario Vassallo, fratello di Angelo Vassallo, conosciuto anche come il “Sindaco Pescatore”. Ucciso nel 2010 in circostanze misteriose con nove colpi di pistola, il suo è un caso ancora insoluto ed aperto. Il fratello ancora oggi cerca di scoprire la verità.

La ricchezza è nel luogo in cui si vive
Colori buoni, odori buoni creano stati d’animo buoni
(Angelo Vassallo).

Non mi dilungherò molto sull’argomento, però è giusto ricordare che Vassallo fu anche uno dei primi promotori dell’inserimento della Dieta Mediterranea tra i “Patrimoni orali e immateriali dell’umanità”, e per lui la bellezza era un valore aggiunto perchè: “crea turismo ed una economia fiorente“.

E vi assicuro che la sua politica ha reso Pollica un vero gioiellino.

Il porto di Acciaroli è praticamente la zona centrale del paese, luogo di attracco di velisti e diportisti, e non solo di pescherecci, è sorvegliato da una imponente e silenziosa torre normanna-angioina, come tante nel Cilento. Di fronte al molo, troviamo poi una gigantesca onda realizzata con bottiglie di plastica riciclata dedicata ad Angelo Vassallo.

Santa Maria di Castellabate ed il Cilento
Acciaroli – Pollica

Il borgo non finisce fronte mare, ma è interessante percorrerne anche l’interno. Non appena vi immergete nelle viuzze laterali scoprite un luogo ricco di vegetazione, in pratica un intero paese fatto di pietra, decorato con ulivi, piante e fiori.

Dopo la passeggiata, arriviamo affamati al ristorante, ed il “Boccaccio” non si smentisce mai.

Una cosa che apprezzo molto dei ristoranti del Sud Italia, è la capacità di utilizzare con fantasia tutti i prodotti che madre natura gli ha donato, nel rispetto della stagionalità. Cosa che manca molto in Abruzzo, dove i ristoratori sono appiattiti quasi sempre sulle solite pietanze, uguali a se stesse, senza innovazione.

Qui, invece, mangiamo piatti tradizionali delle zucchine alla scapece straordinarie, spaghetti allo scoglio da leccarsi i baffi, ma assaggiamo anche piatti particolari spaghetti con le vongole ed i fiori di zucca.

La qualità del cibo è una tradizione in questi territori, tanto da divenire oggetto di studi.

Ricordiamo, infatti, che la dieta mediterranea nasce a Pollica.

La Dieta Mediterranea

Il fisiologo americano Ancel Keys, formulò qui la sua ipotesi secondo la quale su molte patologie cardiovascolari potesse influire l’alimentazione. Così dal 1962 si trasferì a Pioppi, altra frazione di Pollica, e studiando lo stile di vita cilentano consolidò la propria teoria secondo la quale “se mangi bene, stai meglio”.

Quindi che dire? Per avere più informazione sulla dieta mediterranea visitate il Museo Vivente della Dieta Meditarranea.

Tornati a casa, ci aspetta la solita camminata di 10.000 passi, il mantra di mio marito, che cerca di smaltire tutto quello che mangia compiendo ogni sera questo rito.

Giorno 3

Sabato, altra giornata di mare e relax; siamo in vacanza, no?

Santa Maria di Castellabate ed il CilentoLa cena, neanche a dirlo, è al ristorante “Le Gatte” proprio quello dove hanno girato il film di Benvenuti al Sud, vista mare (per vip).

L’edificio una volta era il mercato del pesce. Di fronte, ancora oggi, c’è il porticciolo “Travierso“, meglio conosciuto come “Porto delle Gatte“. Chiamato così perché pieno di gatti attratti dal pesce, certo, ma anche amati dai pescatori. I gatti sono abili cacciatori di topi, ovvero i nemici giurati delle barche, visto che rosicchiano cavi elettrici e funi, e quindi adorati dai burberi marinai.

La sera è giovane e lunga, e così i 10.000 passi diventano il doppio, in cerca di un aperitivo serale e di digerire la cena.

Giorno 4
Piccola Odissea felice

Domenica, è ora di ripartire. Diciamo addio con tristezza a questi luoghi, specie perché quest’anno non si sa come andrà a finire con il Covid, ma il viaggio di ritorno è stato altrettanto bello!

Prima tappa… io! No, scherzi a parte.

Prima tappa: Paestum

Cilento
Tempio di Nettuno – Paestum

Non è la prima volta che veniamo qui. Oggi facciamo solo una capatina, perché il parco apre troppo tardi e noi dobbiamo incamminarci. Il parco archeologico, così come il museo, meritano una visita. Vi sono tre templi praticamente intatti, mura di cinta ancora in piedi, e tutto è molto ben conservato.

Importante città della Magna Grecia, inizialmente prendeva il nome di Poseidonia, in onore del dio del mare Poseidone, per poi divenire Paestum sotto i Romani. Gli abitanti di Paestum erano socii navales dei Romani, ovvero alleati che in caso di bisogno erano obbligati a fornire navi e marinai all’impero, e si rivelarono così fedeli da vedersi concedere il diritto di battere moneta propria.

La città iniziò, poi, a perdere il proprio prestigio quando il fiume limitrofo divenne lentamente un acquitrino paludoso e scoppiò la malaria.

Il porto si insabbiò e gli abitanti iniziarono ad abbandonare la città. Rimase, però, traccia del culto di Hera (Giunone), venerata insieme a Poseidone (Nettuno). Il simbolo della dea era, infatti, il melograno, ed era così radicato nel territorio che questo frutto divenne, con l’avvento del cristianesimo, il simbolo della Madonna del Granato. In suo onore, sul monte Calpazio, venne costruito un santuario e poco distante si creò un nuovo insediamento, che prese il nome di Capaccio.

Quei pochi che restarono a Paestum subirono diversi attacchi, la città fu depredata dai saraceni e dai normanni, e lentamente di essa se ne perse ogni traccia. Questo fino a quando Carlo III di Borbone, nel 1700, fece edificare una strada nei pressi dei pochi resti visibili e ne riscoprì l’esistenza. Durante i rilievi vennero effettuati diversi bozzetti ed è così che divenne una meta fissa del Grand Tour della ricca borghesia europea, tra cui anche uno meravigliato Goethe. I paesaggi erano ancora pastorali, le rovine emergevano tra prati e bufali al pascolo.

Nessuno scavo venne mai realizzato tanto che nel 1829, nonostante i divieti dell’epoca, a qualcuno venne la brillante idea di far passare una strada proprio nel mezzo dei ruderi. Fu distrutta una parte delle mura e venne spaccato in due il gigantesco anfiteatro romano. Il danno fu irreversibile ed è possibile vederne tuttora visibile  lo scempio. Stranamente il governo borbonico li trovò e li condannò tutti.

Oggi nel Museo Archeologico Nazionale troviamo esposte opere meravigliose, tra le quali anche gli affreschi della “Tomba del Tuffatore”, uno dei rarissimi esempi esistenti al mondo di pittura greca figurativa non realizzata su ceramica. Ma altro ancora è nascosto al pubblico.

Cilento
Il Tuffatore – Museo Archeologico di Paestum

Seconda tappa: Capaccio, Caseificio Vannullo

Goethe, nel suo viaggio del 1787, rimase sorpreso di trovare in Campania, dei bufali al pascolo, definendoli ippopotami con gli occhi iniettati di sangue.

Ma è sulla Statale 18, la Tirrena Inferiore, che sono sorti tutti i più grandi caseifici del Salento.

I bufali arrivarono in Campania, portati dagli arabi, nel 700 d.C.

Inizialmente destinati alla Sicilia, dove l’habitat era troppo secco, i bufali furono successivamente trasportati in Campania. Non avendo ghiandole sudoripare, infatti, vivevano benissimo in luoghi paludosi, caldi ed umidi.

Real masseria. La bufalaria – Pasquale Gravante

Per gli abitanti di queste terre paludose, poste sotto il livello del mare, era impossibile svolgere qualsiasi attività se non quella dell’allevamento dei bufali. Questi animali erano resistentissimi, anche alla malaria, e venivano impiegati per i più svariati scopi, salvo che per il loro latte.

Dobbiamo aspettare il 1700 perché si scopra la bontà del latte di bufala, grazie ai regnanti della Casa Borbonica. I sovrani, infatti, incentivarono la produzione delle mozzarelle di bufale, facendone fiorire il commercio.

Purtroppo, però, il terreno paludoso impediva una certa stabilità economica. Già nel 1500 si cercò, invano, di realizzare un progetto per la bonifica della zona realizzato da  Leonardo Da Vinci, ma l’idea fu riconosciuta troppo ardita.

Il commercio delle mozzarelle di bufale rimase, quindi, un mercato locale fino agli anni ’30, ovvero fino a quando Mussolini fece bonificare tutte le zone malariche d’Italia. Le terre bonificate furono adibite a coltivazioni ma anche a gigantesche aziende agricole dedite alla realizzazione di formaggio.

Tra queste spicca una delle più rinomate, la Tenuta Vannullo.

Un passaggio è d’obbligo, non solo per comprare le mozzarelle o andare alla yogurteria, alla bottega del cioccolato al latte di bufala o a quella del pellame, ma anche solo per vedere il padiglione delle bufale (che non è il luogo dove sono raccolte le fake news!).

Santa Maria di Castellabate ed il Cilento

E’ una vera azienda biologica autosufficiente. Il foraggio è prodotto nei 200 ettari che appartengono all’azienda. Viene utilizzata solo la quantità naturale di latte che le 600 bufale riescono a produrre in un giorno (autonomamente, ovvero entrano nel mungitoio quando vogliono loro e se gli va). Così facendo vengono prodotte solo un tot di mozzarelle al giorno. Infine, le mozzarelle le puoi comprare solo ed esclusivamente nel loro stabilimento, non vendono ai negozi né online.

Il padiglione è aperto al pubblico, e si possono ammirare questi possenti animali vivere agiatamente all’interno di questa struttura dotata anche di un impianto di massaggiatori automatici. Quando le bufale hanno voglia, si mettono vicino a questi apparecchi e le macchine fanno il resto, il tutto accompagnato da una musica rilassante in sottofondo.

Vi è venuta l’acquolina in bocca? Anche a noi, ma era impossibile, di domenica, riuscire a comprare qualcosa. Alla porta c’era una fila lunghissima. Così, dopo aver salutato le bufaline, siamo risaliti in macchina e ci siamo addentrati su quella che io chiamo “mozzarella’ s highway”.

Terza tappa: Battipaglia

Le prime tracce del termine “mozzarella” risalgono al XII secolo, perché, a quanto pare, i Monaci del Monastero di San Lorenzo in Capua offrivano ai pellegrini del pane assieme ad un formaggio che chiamavano “mozza”. Il termine mozzarella o mozza, deriverebbe, quindi, da “mozzare” la massa di pasta filata facendone dei bocconcini.

Nel frattempo, non avendo avuto fortuna a Capaccio, dovevamo comunque portare a termine la nostra missione. Così, giunti a Battipaglia, ci siamo fermati al negozio “Casabufala” (che vende anche online) ed abbiamo comprato, per la famiglia di mio marito, mozzarelle di bufala come se non ci fosse un domani e due “Zizzone®” di Battipaglia.

Cilento
Zizzona di Battipaglia

Questa particolare mozzarella, la cui stazza parte da 1 kg per arrivare anche a 5, è diventata famosa sempre grazie al film “Benvenuti al Sud”. Bisio, infatti, membro dell’Accademia del Gorgonzola, riporta ai suoi amici del “norde“, questa Zizzona, un formaggio a marchio registrato. La Zizzona si chiama così perché ricorda un grande seno di donna (c.d. zizza) con il capezzolo al centro, ed è fatta con latte di bufala.

Hanno, qui, poi un’altra prelibatezza che si chiama “La cucciolata di Bufala”: una grande mozzarella ripiena di panna e di piccole ciliegine di bufala.

Ma vi assicuro… non siamo ancora sazi e la spesa non finisce qui.

Quarta tappa: Sepino (Ancora?!)

Non ancora appagati, ci siamo fermati nuovamente al Caseificio Prozzo, avevamo dimenticato di prendere… la ricotta di Bufala. E finalmente, soddisfatti, andiamo via con 500 grammi di questa meraviglia. Alle 15 eravamo a Pescara, lasciati i pacchetti al parentado, siamo tornati a casa e ci siamo goduti un lungo e meritato riposo.

Fare le vacanze a volte è stancante, non trovate!

Per scrivere questo post e citare prodotti o attività in esso contenuti, non mi sono stati offerti oggetti o compensi di alcun genere.

error: Content is protected !!