Il mito delle Sirene
Tutti conosciamo il mito delle sirene, o meglio, pensiamo di conoscerle, perché è questo che succede a vedere troppi film americani!
Nell’immaginario collettivo, ce le immaginiamo come esseri metà donna e metà pesce, ma in realtà così non è. Nell’antica Grecia, le sirene non avevano questo aspetto, infatti erano metà donne e metà… uccelli. Ebbene sì!
Nella mitologia ci sono tante figure magiche femminili: le Muse; le Ondine; le Pieridi, ognuna con una dote speciale. Le Sirene, invece, le accumunavano un po’ tutte; avevano le ali, erano abili cantatrici ed il loro destino era legato al mare.
Ma andiamo con ordine.

Le Sirene e la Primavera
Le leggende sulla genesi delle Sirene sono diverse, e si presume che quella originale sia legata, in qualche modo, al mito della primavera.
Tra gli dei dell’Olimpo greco risiedeva anche la dea Demetra (Cerere per i romani), che governava sui raccolti e sulle messi. Dopo una breve relazione con Zeus (suo fratello… eh, gli dèi erano così), ebbe una figlia di nome Kore, una bella e giovane fanciulla.
In una assolata giornata di sole, la ragazza uscì per i campi assieme ad alcune sue amiche, le tre ninfee Parthenope, Leucosya e Lygea; queste erano figlie di Calliope, la Musa della Poesia, il cui nome significava “dalla bella voce”.
In quello stesso giorno, su quello splendido prato, giunse per caso anche Ade, il Dio degli Inferi (altro fratello di Demetra e Zeus) il quale aveva deciso di vedere come fosse il mondo di sopra. Ade era un dio molto schivo e non amava stare in mezzo alla gente, così quando usciva dal suo regno, indossava sempre un elmo che lo rendeva invisibile.
Mentre passeggiava sulle rive del lago Pergusa, vicino Enna, vide la giovane Kore e se ne innamorò follemente. Non volendo perderla, Ade la rapì all’istante, e la trascinò con sé giù negli Inferi.
Le altre ragazze nulla poterono per salvarla, non riuscendo a vedere chi aveva rapito la loro amica, e così, disperate, corsero da Demetra. Fu forse per via della sua ira, o furono le stesse fanciulle a chiederlo per poter cercare meglio la loro amica, ma tanto fu che la dea le trasformò, per metà, in uccelli.
Nacquero così le sirene.
Demetra, disperata ed affranta, cercò in lungo e in largo la figlia, finché scoprì che Zeus aveva dato il suo benestare al rapimento. A quel punto alla tristezza si aggiunse la rabbia.
La dea, accecata dall’ira, fece seccare i raccolti, e dopo la siccità, portò la carestia.
A quel punto Zeus, dietro la pressione degli altri dèi, mossi a compassione per le lacrime di Demetra, e spinto dalle preghiere del suo popolo, affamato e morente, ordinò ad Ade di riconsegnare la figlia a Demetra.
Ma… c’è un ma.
Negli Inferi vigeva una regola: chi vi scendeva da vivente non poteva mangiare il cibo dei morti, altrimenti era costretto a rimanere lì.
E Kore aveva mangiato sei chicchi di melograno trovati negli Inferi. Alcuni dicono che Ade glieli fece mangiare con l’inganno, altri che lei li mangiò perché innamoratasi a sua volta di Ade.
Sei chicchi sì. “Eh che sarà mai!” direte voi e no, invece, disse Ade, “sei chicchi sempre cibo sono (stavano ad Enna mi pare giusto che abbia l’accento siciliano), perciò tu qua rimani!”. E così sentenziando, Ade, senza volerlo, fece sì che nascessero le stagioni.
Una volta l’anno, infatti, Kore emergeva dagli Inferi, prendendo il nome di Proserpina (colei che emerge). Per sei mesi tornava a camminare sulla terra assieme alla madre e lei, per la gioia, faceva fruttare gli alberi e crescere le messi. Terminati questi sei mesi, la ragazza riscendeva negli Inferi, e per altrettanti mesi – un mese per ogni chicco di melograno mangiato – rimaneva con il suo amato Ade. In quel periodo la terra seccava, come i fiori e gli alberi, mentre il mondo veniva ricoperto da candida neve, a rappresentare tutto il dolore di una madre sconsolata.
Ritengo che questo sia uno dei miti più commoventi della storia, sia perché parla di una travolgente passione amorosa, non solo da parte di Ade, ma anche da parte di Proserpina, che finì per innamorarsi di lui. Sia perché narra la storia di una madre disperata e coraggiosa, pronta a tutto per riavere la sua bambina; un amore che trionfa anche sui maschi (padroni) dell’Olimpo.
Possiamo dire che questo è uno dei pochi racconti in cui si parla di vero amore materno nella mitologia antica, contrapposto ad un maschilismo imperante, nell’Olimpo e sulla terra, in un periodo storico in cui le donne, giuridicamente, non valevano nulla.
Ma che fine hanno fatto le sirene?

Ovidio ci racconta che le tre povere ninfee Parthenope, Leucosya e Lygea, volarono ovunque in cerca della loro amica.
Un giorno, disperate, scesero anche negli Inferi, e questo segnò per sempre il loro già non roseo destino.
Per punizione furono trasformate in terribili divinità infernali, con il preciso compito di occuparsi dei naviganti che passavano vicino alle loro terre, portandoli verso la morte grazie alla loro melodiosa voce, ereditata dalla madre.
Per secoli adempirono al loro compito, o per lo meno così ci racconta Omero, per il tramite della maga Circe.
E’ lei che introduce queste creature nell’Odissea, mentre spiega all’acheo Odisseo, come salvarsi dal loro ammaliante canto quando sarà costretto a passargli vicino con la sua nave.
Alle Sirene giungerai da prima,
Che affascinan chiunque i lidi loro
Con la sua prora veleggiando tocca.
Chiunque i lidi incautamente afferra
Delle Sirene, e n’ode il canto, a lui
Né la sposa fedel, né i cari figli
Verranno incontro su le soglie in festa.
Le Sirene sedendo in un bel prato,
Mandano un canto dalle argute labbra,
Che alletta il passeggier: ma non lontano
D’ossa d’umani putrefatti corpi
E di pelli marcite, un monte s’alza.
Una visione abbastanza tetra, direi.
Ma come facevano ad incantare gli uomini?
Le Sirene erano invisibili agli occhi umani, non svelavano mai la loro presenza se non con un sommesso mormorio armonioso, celato tra lo sciabordio delle acque o tra il suono delle risacche. Poi, all’improvviso, diveniva un suono soave e distinto.
Le loro voci incantevoli arrivavano fin nei cuori dei marinai, i quali, per udire meglio quella meraviglia, si sporgevano dalla nave così tanto da cadere in mare. Questo non li spaventava, anzi. I naufraghi, cercando invano la fonte del canto, nuotavano fino allo sfinimento.
Il canto delle sirene era una magia, ed il suono che usciva dalle loro labbra legava gli uomini a loro, come fosse una catena.
Fu così, racconta ancora Omero, che Odisseo fece in modo che i propri uomini non subissero la malìa di quel canto, chiudendo loro le orecchie con dei tappi di cera, mentre si faceva legare al pennone della nave con l’ordine di non farsi liberare per nessun motivo.
Arrivati vicino le loro terre le sirene, come predetto, gli sussurrano:
Nessuno è mai passato di qui su una nave,
Senza fermarsi ad ascoltare quel che noi abbiamo da dire
Attraverso il dolce suono del nostro canto;
Chi si è fermato,
Se ne è andato dopo avere provato gioia nel cuore
E acquisito più conoscenza.

Ma erano tutte bugie, perché nessuno era mai tornato indietro. Nessuno prima di lui.
L’epilogo è tragico.
La fine della loro storia ci viene raccontata da Cassandra, la sventurata figlia veggente di Priamo, condannata a non essere mai creduta, in un poema scritto da Licofrone.
Le sirene, ormai sconfitte, così come fece la Sfinge prima di loro, si procurano la morte suicidandosi in mare.

Il corpo di Parthenope, la sirena dalle sembianze di una vergine, finì sulla coste campane ed in quel luogo gli abitanti vi eressero una tomba. Sulla tomba venne eretto un tempio ed intorno ad esso sorse una città che prese il suo nome. In seguito, la città venne ricostruita con il nome di “Neapolis” (la nuova città).
Il corpo di Lygea, la sirena dalla voce incantevole, giunse fino in Calabria, presso la città di Terina. Qui gli abitanti ebbero pietà del suo corpo e lo seppellirono sulla spiaggia, presso le rapide dell’Ocinaro. La città la venerò come una divinità, mettendo la sua effige sulle proprie monete.
Il corpo di Leucosya, infine, la sirena dalle candide membra, fu martoriato dalle rocce e si spezzò in due.
Una parte approdò sulle coste di Poseidonia, una grande città della Magna Grecia, che ben presto cambiò il suo nome in Paestum. Qui la sua tomba fu venerata per secoli.
L’altra parte finì leggermente più a sud, in un luogo che oggi conosciamo come Punta Licosa, uno scoglio sito nella frazione di San Marco di Castellabate, nonché affascinante meta turistica.
CONCLUSIONE
Se volete avere più informazioni sulle sirene, vi consiglio questo libro e qualche articolo interessante come quello di Barbara Martusciello o questo sito interamente dedicato all’antica Roma. Se volete scoprire le origini culturali e mitologiche della forma delle sirene — da dove nascono le donne alate — vi svelo tutto nell’articolo Ba egizio, l’anima con le ali mentre se volete sapere come dalle piume siamo passati alle pinne lo potrete scoprire nell’articolo dedicato alle sirene con la coda!

Ora vi voglio lasciare con uno stralcio del brano che Matilde Serao dedicò alla giovane Parthenope nella sua raccolta “Leggende Napoletane“:
Se interrogate uno storico, o buoni ed amabili lettori, vi risponderà che la tomba della bella Parthenope è sull’altura di S. Giovanni Maggiore, dove, allora, il mare lambiva il piede della montagnola. Un altro vi dirà che la tomba di Parthenope è sull’altura di Sant’Aniello, verso la campagna, sotto Capodimonte.
Ebbene io vi dico che non è vero. Parthenope non ha tomba, Parthenope non è morta.
Ella vive, splendida, giovane e bella, da cinquemila anni. Ella corre ancora sui poggi, ella erra sulla spiaggia, ella si affaccia al vulcano, ella si smarrisce nella vallata. E’ lei, che rende la nostra città ebbra di luce e folle di colore; è lei, che fa brillare le stelle nelle notti serene; è lei, che rende irresistibile il profumo d’arancio; è lei, che fa fosforeggiare il mare. […]
Parthenope, la vergine, la donna, non muore, non muore, non ha tomba, è immortale, è l’amore, Napoli è la città dell’amore


